gli alberi non si muovono


110 decibel (inizia esattamente così…)
March 30, 2009, 4:56 pm
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Io sono un idiota. Sì, è proprio questa la mia peculiarità. Essendo un essere umano non vengo meno alla regola che vuole che ognuno di noi abbia una caratteristica che lo contraddistingue.
E allora ecco, io sono un idiota. Ma non un idiota qualunque. Io sono l’idiota per eccellenza.
E voi vi chiederete: “Ma perché proprio un idiota? E non magari un deficiente, uno stupido o più genericamente un imbecille?”. Semplice, perché se un uomo di 40 anni si comporta come un ragazzino di 14 non può che essere questo: un perfetto idiota.
E allora voi aggiungerete: “Vabbé, ma di casi del genere ne è pieno il mondo! Quanti ce ne saranno? Migliaia? Milioni?”.
Sicuramente tanti. Ma il mio essere idiota ha una particolarità che lo contraddistingue da tutto il resto. E’ studiato a tavolino. In ogni minimo particolare. E ogni gesto, ogni movimento, ogni parola, ogni pensiero sono attentamente calcolati affinché il mio essere idiota non risulti essere uno dei tanti, bensì la sublimazione dell’idiozia.
Io, il re degli idioti!
E allora ecco, mi ritrovo nel pieno centro di Parigi a chiedermi per quale motivo sia finito qui da solo. Sì, perché da soli si può anche stare bene, ma non se si finisce per rimanere appesi a Lei.
Sì, rimanere appesi a Lei.
Avete inteso bene. Un rumore di fondo che mi accompagna ovunque, una carezza a 110 decibel che mi scuote le membra.
Ecco, questo fa di me l’indiscusso re degli idioti.
Io sono qui per Lei.
Temo, anzi ne sono certo, che se la carezza a 110 decibel mi dovesse abbandonare mi sentirei perduto. Completamente smarrito.
E allora ecco la spiegazione. Essere qui è un po’ come essere con Lei. Sì, perché Parigi amplifica il rumore di fondo, e se il rumore di fondo si amplifica, io sto meglio.
Anche se a 40 anni una cosa del genere non te l’aspetti, uno si dovrebbe comportare da adulto, evitare giochetti da ragazzino innamorato. Ma non posso farci niente, è più forte di me. Essere a Parigi è un po’ come essere con Lei e io a Lei non so proprio resistere.

Bisogna ammetterlo. Questi francesi hanno veramente una bella lingua. Una lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale. Le parole in francese diventano più musicali, si accordano meglio fra di loro. Poi è vero che è difficile giudicare una lingua dal proprio interno, e quindi non saprei dire con esattezza come risulti l’italiano. Ma di una cosa sono sicuro: il francese è assolutamente insuperabile.
Ah, le lingue straniere! Accidenti a loro. Ogni volta è la stessa storia… L’impotenza. Sì, è proprio una sensazione d’impotenza quella che mi mettono addosso. Mi sento un incapace. Perché sono veramente troppe. Le lingue intendo. Non posso mica impararle tutte.
Ma concentriamoci sul francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, una lingua da inserire assolutamente nella lista delle cose da imparare. Ce lo dovrebbero insegnare sin da bambini. E’ chiaro, insieme a qualche altra lingua. Poi chi vuole approfondire, approfondisce.
Perché uno si può anche stancare di imparare lingue nuove, ma il francese no. Il francese non può venire a noia. Soprattutto se a parlarlo è una donna. Sì, è proprio in quel caso che acquisisce tutta la sua valenza espressiva. E’ proprio allora che diventa una lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale.
Ecco cosa vorrei. Una donna che mi parlasse in francese durante il sesso. Sì, il sesso in francese. Dovrebbe essere un’esperienza grandiosa.
Più ci penso e più ne sono convinto. Finché sarò appeso al pensiero di Lei, con il rumore di fondo, una carezza a 110 decibel che mi scuote le membra, il francese avrà un altro valore intrinseco. Diventerà un super-francese. Un francese a 110 decibel di potenza. Un francese imbattibile!
“D’accord. A plus” risponde lei.
E io ecco che rischio di svenire.
Ma solo ora la mia mente collega lucidamente questa sensazione all’idea di fare sesso in francese. Adoro il francese. Il sesso in francese. Prima o poi dovrò provarlo.

Bisogna dire le cose come stanno. Se quarantacinque anni fa erano solo in quattro. Ora l’esigua schiera dei privilegiati ha aperto le porte a un quinto fortunato. E quel quinto sono proprio io.
Sì, insieme ad Abelardo, a Enrico Molinari di New York, al testone e alla mezzala sudamericana Cherubillo ci sono anch’io.
Anch’io con lo stesso ambito privilegio.
Anzi lo definirei il privilegio. Perché se è vero che scarnificata la civiltà moderna, spogliata delle sue inutili sovrastrutture, ridotta all’osso insomma, senza tutta quella calcina che la sommerge, rimane solo una cosa, quella cosa diventa la cosa. E non vi sto neanche a spiegare perché un privilegio nell’ambito de la cosa diventa il privilegio. Mi sembra un insulto alla vostra intelligenza.
E per i lenti di comprendonio preciso che sto parlando di sesso.
Anzi più precisamente del coito, come atto che non simboleggia un niente di niente se non l’atto stesso di compierlo.
Ma dicevamo del privilegio. Un privilegio per il quale le donne più smaliziate si strapperebbero i capelli, magari in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale per cui anche strapparsi i capelli diventa un fatto da non archiviare come banale. Un privilegio troppo spesso ridimensionato. E il motivo è chiaro, lampante. Rappresenta un pericolo sociale difficile da fronteggiare se si ammette – e bisogna ammetterlo! – che il sesso non è affatto il fine ultimo. Bensì il mezzo. Un mezzo che risponde tale e quale alla necessità per cui è nato. Ovvero essere mezzo. Nient’altro. Così come la vita non è altro che il cammino che si percorre, passo dopo passo, il sesso è questo.
Sesso. Punto e basta!
E voi vi renderete conto che di fronte a un’affermazione del genere è difficile rimanere impassibili. Si sgretola la società dalle fondamenta. Tutto si riduce a pochi fattori essenziali. E fra questi è evidente che il piacere ricopre un ruolo fondamentale.
Archetipo.
Essenziale.
E chi come me, il testone, Abelardo, Enrico Molinari di New York e Cherubillo possiede un tale privilegio parte sicuramente avvantaggiato.
E non so loro, ma io al mio privilegio mi ci aggrappo forte, non voglio mica farmi fregare da generici e immotivati ridimensionamenti – che poi va a capire da quali arcani intenti nascono! Ho un privilegio e me lo tengo stretto. Lo afferro come fosse l’unica scialuppa di salvataggio di una nave in procinto di affondare. Perché tutto quello che ho intorno sembra affondare rapidamente in un vortice di omologazione oceanica. Un vortice fatto di gente che rincorre dalla mattina alla sera senza sapere esattamente cosa stia rincorrendo.
Il paese del rincorri corri.
Un paese che non accetta privilegi e che, nel momento in cui compaiono, cerca di estirparli in ogni modo. E perdipiù con violenza, concentrandosi innanzitutto su chi il privilegio non ce l’ha. La strategia è questa: farti sentire un esserino piccolo piccolo piccolo.
Perché poi l’obiettivo è di gettare tutti nel calderone dell’omologazione, nella speranza – speranza vana! – che anche chi possiede un privilegio decida di farne a meno sacrificandolo di fronte all’altare del rincorri corri.
Bé, in questo insensato movimento generale sento di avere un diritto di precedenza. Ho il privilegio io! Mica chiacchiere. Perciò fatemi largo. Sto arrivando.



110 decibel (prove di registrazione parte prima)
October 28, 2008, 1:22 pm
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Sono troppo curioso di vedere queste bottiglie di birra sparate a 500 chilometri orari con un fucile ad azoto per pensare ad altro.
Dico io, ma non aveva proprio nient’altro da fare questo Arcangelo Sassolino?
Personalmente diffido degli ingegneri, poi un ingegnere che si mette in testa di fare l’artista proprio lo devo capire.
Baaaaaaam! Sparata la prima bottiglia. Questa ragazza accanto a me per poco non ci rimane secca. E poi il grido è internazionale. Ah! è ah! in francese, in italiano, in tedesco, in inglese. Sì, anche in inglese, non c’è modo di semplificarlo ulteriormente. E anche in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, ah! esce come un ah! Quindi non sono in grado di capire se quell’ah! è francese, italiano, tedesco o inglese. E’ un semplice ah!
Se l’è proprio fatta sotto la ragazza dicevo, e io che ero lì, comodo, accovacciato per terra in attesa del botto, questo ah! proprio non me l’aspettavo. Sì, perché non era un ah! qualunque, era un ah! a 110 decibel di paura, e allora penso che Arcangelo Sassolino ha capito proprio tutto, l’ingegnere artista, e che lui in realtà non voleva colpire quelli come me, che stanno lì, seduti, tranquilli ad aspettare il botto, ma quelli come la ragazza, che poi non so se è francese, italiana, tedesca o inglese, perché un ah! è un ah! in tutte le lingue del mondo. Già, quelli come Lei che passano lì e gridano se c’è da gridare, si grattano la testa se c’è da grattare e si chiedono che sarà mai questo fucile che carica bottiglie verdi di vetro completamente vuote.
Sì, con loro funziona e allora capisco anche il titolo dell’installazione.
Afasia 1.
Ma mi perdonerà, Arcangelo Sassolino, se io la sua installazione l’avrei chiamata Ah!, internazionale e comprensibile per tutti.
Già, perché un ah! è un ah! in tutte le lingue del mondo, in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, ma anche in italiano, in tedesco e in inglese. Perché neanche in inglese è possibile accorciarlo. Un ah! rimane un ah!
Dicevo, è con loro che funziona, con quelli come la ragazza, che non sanno niente di Afasia 1 di Arcangelo Sassolino, ma non con quelli come me che si fermano a leggere le didascalie e sanno già quello che succederà.
Allora mi chiedo, visto che funziona così, se non sarebbe meglio evitare le didascalie. Uno entra, vede questo grande fucile chiuso in una gabbia, carico di bottiglie di vetro vuote e si chiede: “Che sarà mai questa grande stronzata?”.
Già, perché quando si tratta di arte contemporanea bisogna andarci coi piedi di piombo, diciamo che nove su dieci si tratterà certamente di una stronzata clamorosa, ma nel caso di Arcangelo Sassolino posso dire che abbiamo a che fare con un’eccezione. Un’eccezione che conferma la regola.
Già, proprio Afasia 1 di Arcangelo Sassolino, che avrei chiamato più correttamente Ah!, anche se forse sarebbe stato meglio se io non avessi saputo cosa sarebbe successo, perché è così che funziona, tu non sai che il fucile spara, e allora tiri fuori un ah! tutto di paura, anche se poi mi chiedo se mi sarei mai fermato. Già, se non avessi saputo cosa sarebbe successo, intendo dire. Perché allora dovevo essere fortunato come la ragazza che ha gridato ah!.
Baaaaaam! Siamo già al secondo colpo, ma non c’è niente da fare, ormai lo so che sparerà, e non mi spavento di certo, con quella paura spontanea che ha tirato fuori un ah! a quella ragazza che non sapeva niente, ma poi penso che forse, io, un ah! del genere non l’avrei mai tirato fuori anche se non avessi saputo niente. E’ una questione di carattere. Non mi riesce proprio di esternare le emozioni a me. E il mio ah! si spegne comunque nello sterno.
Sì, proprio all’altezza dello sterno.
E allora forse è quello il senso di Afasia 1, magari Arcangelo Sassolino è uno come me, che non riesce a esternare le emozioni, neanche lui, e anche il suo ah! si spegne sistematicamente all’altezza dello sterno. Sì, perché anche lui, in fondo, proprio come me, sapeva quello che sarebbe successo, lui che è un ingegnere artista, e che quel fucile l’ha ideato.
Rimane il fatto che io Afasia 1 l’avrei chiamato Ah! perché anche se non riesci a esternare le emozioni come me e Arcangelo Sassolino, quell’ah! esiste e anche se si ferma a livello dello sterno rimane un ah!, un ah! che è un ah! in tutte le lingue del mondo. Sì, anche in inglese, che non si può mica tradurre un ah!
E allora rimangono a terra i cocci delle bottiglie di vetro fracassate, perché Arcangelo Sassolino lo sapeva che il cumulo si sarebbe formato e che magari quotidianamente qualcuno avrebbe dovuto pulire. Già, perché a forza di sparare bottiglie contro il muro il cumulo diventa gigantesco e si rischia che non ci sia più spazio. D’altronde Arcangelo Sassolino è un ingegnere, un ingegnere artista, e lui queste cose le sa di certo.
Anche se io, ad Arcangelo Sassolino, una cosa gliela voglio proprio dire – oltre al fatto di togliere le didascalie perché se uno non sa è meglio – gli voglio dire che a me sono due le cose che piacciono di Afasia 1, che sarebbe poi meglio si chiamasse ah!, e cioè il fatto che ogni giorno c’è qualcuno che raccoglie i cocci delle bottiglie fracassate e permette al fucile di continuare a sparare contro il muro. E poi il caricamento delle bottiglie. Questo sì che è veramente bello!
Quel rumore di aria compressa che tira indietro il caricatore, la bottiglia che cade dentro con quel rumore – bé, sì, di vetro, di che altro sennò – e infine il caricatore che nuovamente con un rumore di aria compressa prepara il fucile per il colpo in attesa dell’ah! Che sia poi un ah! vero o un ah! che si ferma all’altezza dello sterno, questo non ha importanza.
L’attesa, l’attesa dell’ah!
Questa sì che è una bella cosa, Arcangelo Sassolino!
Baaaaam! Siamo al terzo colpo. Non ho calcolato quanto passa tra un colpo e l’altro, ma ci vuole un bel po’ tra un ah! e un suo simile, che poi è un ah! in tutte le lingue del mondo, anche in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, ma anche in italiano, in tedesco e in inglese. Già, perché anche in inglese un ah! è un ah!, non si può mica tradurre! Né tantomeno accorciare. In alcun modo.
E comunque io sono qui che aspetto. Sì, aspetto il prossimo colpo. Non ho alcuna fretta, caro Arcangelo Sassolino.

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