gli alberi non si muovono


Oggi rido
December 19, 2008, 7:16 pm
Filed under: non ho bisogno di uno psicanalista | Tags: ,

Sì, già lo so. Vi starete chiedendo: ma cosa hai da ridere? Semplice, questa cosa della mia individualità senza impermeabile che spicca tra gli impermeabili.

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Solo in testa
November 30, 2008, 6:55 pm
Filed under: la mia Ganna anni '70 | Tags: ,

“E’ solo in testa! Ormai il gruppo è lontano! 100 metri al traguardo! Si volta per l’ultima volta! Si aggiusta la maglietta sul petto! Fa un respiro profondo! Alza le braccia in segno di vittoria e taglia il traguardo solitario!”.

Ecco. E’ così che me la immagino la mia gara più importante. Tutti tesi verso il mio inseguimento, ma io solo in testa che batto tutti. Sono primo! Sono il campione! Non ce n’è per nessuno. E cazzo se ho bisogno di riconfermarmi campione dopo tante sconfitte! Perché ad arrivare secondi non ci si abitua mai. Anche se si è secondi di fronte a miliardi di altri, si rimane secondi. Si osserva con rabbia la schiena del primo. Punto e basta.

E io, a dirla tutta, mi sono veramente rotto i coglioni dell’inseguimento. Che c’entra, è comodo inseguire. E’ un buon allenamento. Si hanno dei punti di riferimento. Si sfrutta la scia. Ma non si capisce se quello è il proprio passo o quello di cui ci si accontenta. E poi allenarsi a inseguire può anche essere divertente e gratificante, ma a un certo punto viene voglia di prendere la testa e dettare il proprio ritmo.

E io ve lo dico chiaro e tondo. Proprio di questo sono stanco. Non voglio più inseguire!

E’ ora di imporre il mio passo. Sono stufo di fissare la schiena di quelli davanti. Voglio il cielo come punto di riferimento. E voglio gli altri, uno a uno, dietro di me che prendono confidenza con le mie spalle. Non ce n’è per nessuno.
Da oggi la manfrina cambia. Ficcatevelo bene in testa. Sono io e nessun altro.
Me la continuo a ripassare in testa la scena. Ed è come se la vedessi. Sono solo in testa, alzo le braccia, mi volto per l’ultima volta, faccio un respiro profondo, distendo i muscoli, taglio il traguardo solitario e lancio il mio grido di vittoria. “Sììììììì!”



110 decibel (prove di registrazione parte prima)
October 28, 2008, 1:22 pm
Filed under: 110 decibel | Tags: , ,

Sono troppo curioso di vedere queste bottiglie di birra sparate a 500 chilometri orari con un fucile ad azoto per pensare ad altro.
Dico io, ma non aveva proprio nient’altro da fare questo Arcangelo Sassolino?
Personalmente diffido degli ingegneri, poi un ingegnere che si mette in testa di fare l’artista proprio lo devo capire.
Baaaaaaam! Sparata la prima bottiglia. Questa ragazza accanto a me per poco non ci rimane secca. E poi il grido è internazionale. Ah! è ah! in francese, in italiano, in tedesco, in inglese. Sì, anche in inglese, non c’è modo di semplificarlo ulteriormente. E anche in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, ah! esce come un ah! Quindi non sono in grado di capire se quell’ah! è francese, italiano, tedesco o inglese. E’ un semplice ah!
Se l’è proprio fatta sotto la ragazza dicevo, e io che ero lì, comodo, accovacciato per terra in attesa del botto, questo ah! proprio non me l’aspettavo. Sì, perché non era un ah! qualunque, era un ah! a 110 decibel di paura, e allora penso che Arcangelo Sassolino ha capito proprio tutto, l’ingegnere artista, e che lui in realtà non voleva colpire quelli come me, che stanno lì, seduti, tranquilli ad aspettare il botto, ma quelli come la ragazza, che poi non so se è francese, italiana, tedesca o inglese, perché un ah! è un ah! in tutte le lingue del mondo. Già, quelli come Lei che passano lì e gridano se c’è da gridare, si grattano la testa se c’è da grattare e si chiedono che sarà mai questo fucile che carica bottiglie verdi di vetro completamente vuote.
Sì, con loro funziona e allora capisco anche il titolo dell’installazione.
Afasia 1.
Ma mi perdonerà, Arcangelo Sassolino, se io la sua installazione l’avrei chiamata Ah!, internazionale e comprensibile per tutti.
Già, perché un ah! è un ah! in tutte le lingue del mondo, in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, ma anche in italiano, in tedesco e in inglese. Perché neanche in inglese è possibile accorciarlo. Un ah! rimane un ah!
Dicevo, è con loro che funziona, con quelli come la ragazza, che non sanno niente di Afasia 1 di Arcangelo Sassolino, ma non con quelli come me che si fermano a leggere le didascalie e sanno già quello che succederà.
Allora mi chiedo, visto che funziona così, se non sarebbe meglio evitare le didascalie. Uno entra, vede questo grande fucile chiuso in una gabbia, carico di bottiglie di vetro vuote e si chiede: “Che sarà mai questa grande stronzata?”.
Già, perché quando si tratta di arte contemporanea bisogna andarci coi piedi di piombo, diciamo che nove su dieci si tratterà certamente di una stronzata clamorosa, ma nel caso di Arcangelo Sassolino posso dire che abbiamo a che fare con un’eccezione. Un’eccezione che conferma la regola.
Già, proprio Afasia 1 di Arcangelo Sassolino, che avrei chiamato più correttamente Ah!, anche se forse sarebbe stato meglio se io non avessi saputo cosa sarebbe successo, perché è così che funziona, tu non sai che il fucile spara, e allora tiri fuori un ah! tutto di paura, anche se poi mi chiedo se mi sarei mai fermato. Già, se non avessi saputo cosa sarebbe successo, intendo dire. Perché allora dovevo essere fortunato come la ragazza che ha gridato ah!.
Baaaaaam! Siamo già al secondo colpo, ma non c’è niente da fare, ormai lo so che sparerà, e non mi spavento di certo, con quella paura spontanea che ha tirato fuori un ah! a quella ragazza che non sapeva niente, ma poi penso che forse, io, un ah! del genere non l’avrei mai tirato fuori anche se non avessi saputo niente. E’ una questione di carattere. Non mi riesce proprio di esternare le emozioni a me. E il mio ah! si spegne comunque nello sterno.
Sì, proprio all’altezza dello sterno.
E allora forse è quello il senso di Afasia 1, magari Arcangelo Sassolino è uno come me, che non riesce a esternare le emozioni, neanche lui, e anche il suo ah! si spegne sistematicamente all’altezza dello sterno. Sì, perché anche lui, in fondo, proprio come me, sapeva quello che sarebbe successo, lui che è un ingegnere artista, e che quel fucile l’ha ideato.
Rimane il fatto che io Afasia 1 l’avrei chiamato Ah! perché anche se non riesci a esternare le emozioni come me e Arcangelo Sassolino, quell’ah! esiste e anche se si ferma a livello dello sterno rimane un ah!, un ah! che è un ah! in tutte le lingue del mondo. Sì, anche in inglese, che non si può mica tradurre un ah!
E allora rimangono a terra i cocci delle bottiglie di vetro fracassate, perché Arcangelo Sassolino lo sapeva che il cumulo si sarebbe formato e che magari quotidianamente qualcuno avrebbe dovuto pulire. Già, perché a forza di sparare bottiglie contro il muro il cumulo diventa gigantesco e si rischia che non ci sia più spazio. D’altronde Arcangelo Sassolino è un ingegnere, un ingegnere artista, e lui queste cose le sa di certo.
Anche se io, ad Arcangelo Sassolino, una cosa gliela voglio proprio dire – oltre al fatto di togliere le didascalie perché se uno non sa è meglio – gli voglio dire che a me sono due le cose che piacciono di Afasia 1, che sarebbe poi meglio si chiamasse ah!, e cioè il fatto che ogni giorno c’è qualcuno che raccoglie i cocci delle bottiglie fracassate e permette al fucile di continuare a sparare contro il muro. E poi il caricamento delle bottiglie. Questo sì che è veramente bello!
Quel rumore di aria compressa che tira indietro il caricatore, la bottiglia che cade dentro con quel rumore – bé, sì, di vetro, di che altro sennò – e infine il caricatore che nuovamente con un rumore di aria compressa prepara il fucile per il colpo in attesa dell’ah! Che sia poi un ah! vero o un ah! che si ferma all’altezza dello sterno, questo non ha importanza.
L’attesa, l’attesa dell’ah!
Questa sì che è una bella cosa, Arcangelo Sassolino!
Baaaaam! Siamo al terzo colpo. Non ho calcolato quanto passa tra un colpo e l’altro, ma ci vuole un bel po’ tra un ah! e un suo simile, che poi è un ah! in tutte le lingue del mondo, anche in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, ma anche in italiano, in tedesco e in inglese. Già, perché anche in inglese un ah! è un ah!, non si può mica tradurre! Né tantomeno accorciare. In alcun modo.
E comunque io sono qui che aspetto. Sì, aspetto il prossimo colpo. Non ho alcuna fretta, caro Arcangelo Sassolino.

Foto



Io non posso entrare al supermercato
September 5, 2008, 10:39 am
Filed under: la mia scimmietta

Non è molto che mi sono trasferito sulla via Collatina e quindi non conosco molto bene la zona. Devo acquisire i tempi giusti. Parlo di quei tempi, di quegli equilibri che ti permettono di muoverti con agilità all’interno dell’ecosistema in cui vivi. Sapere dove si trovano i supermercati, il ferramenta, il bar, le poste, la banca, è importante per acquisire sicurezza nelle faccende più comuni, nei gesti quotidiani. La giornata deve smettere di essere inseguimento e trasformarsi in valzer ben cadenzato.
Oggi esco in avanscoperta.
Vado a perlustrare quella grande struttura che domina la via.
Si chiama Auchan.
Sì, forse avrei potuto dare la precedenza al GS, ma sono stato attratto da quella figura imponente e da quel senso di apertura che restituiva alla vista. A un certo punto sembrava avessero deciso di non costruire più abitazioni, per lasciare spazio a quel colosso e alla sua scritta rossa che domina incontrastata.
Auchan. Una folata di vento in bocca.
In realtà non amo i grandi centri commerciali. Sono affezionato ai supermercati, ma bisogna ammettere che anche in loro risiede un fascino particolare. Vivono della loro grandezza. Una sorta di neoclassico della distribuzione commerciale. Una struttura che forse, sarebbe stata cara ai grandi dittatori. Probabilmente se Mussolini, Hitler o Stalin fossero vissuti ai tempi nostri sarebbero stati proprietari di una grande catena di centri commerciali invece che sfacciati carnefici. Meno implicazioni politiche e un modo diverso, più subdolo, di fare stragi. Ma il mio amore per le medie dimensioni nasconde anche una questione logistica e non è solo un vezzo estetico. Quando il portafoglio piange e viene alimentato in modo discontinuo, si tende a fare tante piccole spese. Non si sa mai se si arriverà al giorno dopo. Non si ragiona per mesi o per settimane, ma semplicemente per giorni. Più spesso per ore. Non è raro che io faccia una spesa la mattina e una il pomeriggio. E per questioni del genere ci vuole velocità, ma allo stesso tempo risparmio. E quale soluzione coniuga in modo tanto efficace queste due caratteristiche?
Parlo evidentemente del supermercato.
Abbastanza grande da farti risparmiare. Abbastanza piccolo per fare una cosa alla svelta.
Ecco. Questo non si addice agli ipermercati. I posti come l’Auchan nascono per realizzare le grandi spese, le scorte di un mese, vivono del concetto di lungo termine, fanno pensare agli accaparramenti alimentari pre-nucleare o post-catastrofe. Insomma, un altro approccio nei confronti dell’esistenza.
Non si può perdere tutto quel tempo per comprare quattro cose.
Ce l’ho, tanto per cominciare, con quella fila interminabile di casse, che a percorrerla tutta ci si mette lo stesso tempo che si impiega per fare un intero giro del GS.
Va bene, lo so. Anche il GS ha degli ipermercati, ma io quando penso al GS penso alla dimensione supermercato. La dimensione per cui è nato. O con la quale l’ho scoperto.
Dicevamo. Un altro problema, i guardiani, i custodi di quell’inferno. I buttafuori dei centri commerciali, mutuati direttamente dalla struttura sociale delle discoteche, implacabili e arroganti: “Mi scusi, signore”. Ma quel “mi scusi” nasconde un’aggressione difficilmente tollerabile. Un vilipendio della natura umana. Vestiti da Matrix e con l’aria da agenti della CIA sono la più odiosa personificazione del potere. Il controllo sulle cose. L’ordine ad ogni costo. Nessuna tolleranza.
Sembra un percorso ad ostacoli. Dopo aver superato il pavimento scivoloso dell’ingresso, dopo aver affrontato trenta o quaranta casse per raggiungere l’entrata, dopo aver sciupato tanta energia, quando ci sei quasi… Tac. Eccolo lì. Lo stronzo che ti aspetta.
“Signore, non può entrare con la sua scimmietta”.
Prima ancora che me lo dica faccio marcia indietro.
Bisogna affrontarli a testa alta questi figli di puttana, camminando decisi sul lastricato bianco.
Torno la prossima volta.
Ci vogliono indubbiamente un paio di anfibi.



sogni nel cassetto
July 24, 2008, 4:44 pm
Filed under: non ho bisogno di uno psicanalista

la versione ufficiale è questa

ci sono una serie di persone
un cordone ombelicale da recidere
un luogo
un feto
alcune reazioni a caso

i rapporti di circostanza diventano un paradosso
se non esistono le circostanze

gli orsi non hanno bisogno dello psicanalista
gli orsi vanno in letargo

scopro a 30 anni che mia madre sognava di dipingere

è meglio sognare tutta la vita un cassetto
o cercare qualcosa nel cassetto e non trovare niente?

una risposta definitiva
è più facile razzolare caldi e sicuri nella merda
che alzarsi
pulirsi
e andarsene

ho una passione per gli egoisti
non per gli egocentrici

mi piace odiare qualcuno

ho dimenticato cosa stavo sognando

comunque grazie



gente stanca
April 23, 2008, 5:16 pm
Filed under: appunti

non esistono scrittori… esiste solo gente stanca davanti a un computer



Lasciarsi sfiorare dalle cose
March 30, 2008, 1:34 pm
Filed under: non ho bisogno di uno psicanalista

sì, lo… ultimamente mi faccio vedere poco, ma non è colpa mia… oddio forse un po’ di colpe ce l’ho… però non me la sento di assumermele tutte
si, bé… insomma, è la vita che in certi momenti è carica di altre questioni che non si possono certo lasciare indietro… o vabbè, ma non posso mica annoiarvi co ste storie… sì, sì, lo so, mi volete bene e me lo perdonereste… ma sono già abbastanza io annoiato di me stesso per permettermi di farvi questo…
ehi! c’è nessuno?!…
mmm… forse non c’è nessuno… parlo da solo… non mi basta farlo tutto il santo giorno… ora lo faccio anche al computer… comunque dicevo… sì, sì, ieri sera… proprio ieri sera… sono stato a vedere un concerto… ma non che me ne fregasse poi molto del concerto in sé… era più che altro una scusa per uscire di casa e smettere di ascoltare me stesso… io che mi contorco in sensi di colpa, ansia e confusione… vabbè, insomma sono finito in questo posto pieno di gente… il Circolo degli Artisti… a vedere un concerto pieno di gente… Paolo Benvegnù che suonava… mi ricordavo gli Scisma… che negli Anni 90 non erano male… già negli Anni 90… ora, bé, che dire… dico che il concerto l’ho visto tutto… ho osservato però con più curiosità la gente che avevo intorno… molto composti… molto garbati… un pubblico da Benvegnù… che a dir la verità è pure un bel cognome… applausi composti… ascolti attenti… che altro aggiungere… noioso… Paolo Benvegnù è abbastanza noioso… non che faccia musica brutta… noiosa… solo noiosa…
però sì, è vero… ho imparato una cosa… prendere di buono tutto quello che una situazione ti può dare… eccome se l’ho imparato… se dovessi accontentarmi delle situazione eccellenti per apprendere… campa cavallo!… e così ho ascoltato… tutto il concerto…anche se era chiaro dalla prima canzone che tutto ciò era… noioso… sì, noioso… e così qualcosa di buono ne è uscito… una frase in particolare… sì, lui alternava banalità… troppo amore… trito e ritrito… a frasi interessanti… che ti catturano… una l’ha ripetuta a lungo… diceva così… ma io lascio che le cose passino e mi sfiorino perché non sono in grado di comprenderle… una bella frase… bé, sì… forse da questa frase dovrei imparare qualcosa… lasciarsi sfiorare dalle cose… una considerazione su cui meditare… alla fine anche Benvegnù è servito a qualcosa… noioso… sì, noioso… però quella frase… grazie… grazie ancora!