gli alberi non si muovono


Casa volante
January 24, 2010, 3:31 pm
Filed under: fiabe | Tags:

E adesso vaglielo a spiegare che viaggiavi su una casa volante insieme a tuo figlio e che a un certo punto la casa volante ha deciso di mollarti lì dov’eri per continuare il proprio viaggio da sola. Già, perché una persona sana di mente una storia del genere non la berrebbe mai, anzi penserebbe che la stiamo prendendo per il culo. Ma purtroppo le cose stanno così. E io e mio figlio siamo enormemente grati a questa persona, che è stata l’unica, di tutta la gente che era dentro le proprie case sull’acqua, a darci una mano. Già, è un po’ diffidente, ma perlomeno è uscito di casa e ci ha offerto dell’acqua con pane, pomodoro e formaggio. Sul formaggio c’è anche della maionese, e io la maionese, devo ammetterlo, proprio non la sopporto, ma come si fa a lamentarsi con uno che è giunto in tuo soccorso mentre stavi per affogare insieme a tuo figlio? E allora mentre penso a una scusa credibile da inventarmi con… ah, Stefano, dice proprio di chiamarsi così… a voi lo racconto veramente cosa è successo a me e a mio figlio. Anche se prima una cosa a Stefano gliela voglio proprio chiedere perché vorrei capire che razza di posto è questo con le case sull’acqua come fossimo a Venezia, ma isolati da tutto nel bel mezzo della montagna. Ma forse no, aspetto un po’ invece, e a Stefano gliela chiedo con più calma questa cosa, magari dopo che ho mangiato il mio pane, pomodoro e formaggio con un pizzico di maionese e che mi sono ripreso da questa brutta avventura. E allora mentre cerco di rimettermi e aspetto di capire da Stefano in che razza di posto siamo, vi racconto com’è successo che la nostra casa volante ci ha lasciato qui nel bel mezzo del niente e se n’è fuggita via.
Allora, intanto una cosa va chiarita subito. Io non ho figli.
Questo bambino l’ho visto oggi per la prima volta nella casa volante. Che poi io, quando in principio ci sono salito sulla casa volante, tanto volante non sembrava mica. Volante ci è diventata dopo che ci sono salito dentro perché volevo capire cosa ci faceva un bambino solo in una casa sul ciglio di una strada di montagna. Ma forse lo dovevo capire subito che quella non era una casa normale perché le case normali non se ne stanno mica precarie sul ciglio di una strada di montagna, ma hanno un posto ben definito, dove probabilmente passeranno il resto della loro vita con le fondamenta ben piantate nel terreno. Una cosa per volta, però, perché le cose strane da spiegare sono molte e ci vuole certamente un po’ di tempo e di pazienza. Mentre finisco il mio panino e bevo un po’ d’acqua gentilmente offerta da Stefano – sì ok, il servizio lascia un po’ a desiderare ma sorvoliamo – e me ne sto appoggiato col braccio su quello che definirei l’attracco di una barca, cerco di ricostruire i fatti.
Ora, innanzitutto una cosa che è necessario premettere è che vi prego di non farmi domande ulteriori. Le mie spiegazioni vi devono bastare perché ci sono cose che non sono proprio in grado di argomentare. Come ad esempio perché stamattina mi trovavo da solo, e per di più a piedi, su una strada di montagna. Bé, questo proprio non lo so, quindi vi ripeto, non ponetemi altre domande. Io ne so quanto voi. Diciamo che passeggiavo. Una passeggiata salutare in montagna. Ma è chiaro che se passeggi in montagna l’ultima cosa che ti aspetti di trovare è un bambino solo dentro una casa di montagna sul ciglio della strada. Ora, io, da persona di buon cuore quale sono, è evidente che mi sono fermato per capire che ci faceva un bambino da solo in un posto del genere. Anche se devo dire che il bambino da solo sembrava trovarsi bene e non appariva per niente preoccupato, come d’altronde ogni bambino della sua età sarebbe, in una situazione come quella. No, il nanetto era tutto meno che preoccupato. Sbadigliava come chi si è appena alzato. E non che io mi volessi fare a tutti i costi gli affari suoi, ma a me questa cosa incuriosiva molto e volevo capire esattamente cosa stava succedendo. E’ per questo che sono entrato nella casa, che poi era aperta, che se lo avessi saputo prima che era una casa volante che ci avrebbe poi mollato nel primo villaggio acquatico che incontrava, col cavolo che ci sarei entrato. Ma ormai è andata così e quindi mi limito a raccontare.
Bé, ci crederete o no, questo è successo. La casa, a un certo punto, ha deciso di iniziare a volare, proprio quando io ci ho infilato dentro il mio piede destro. E non è che volava così, tranquilla, come fosse un normale volo di linea. Macché! Sembrava che la casa avesse messo il turbo, che avesse fretta di arrivare da qualche parte. E forse per questo sfrecciava a velocità folle tra valli, alberi, fiumi e creste montane. Perché dico io, va bene che vuoi sbrigarti per arrivare non so bene dove, ma ti pare questo il modo di trasportare due passeggeri? Di cui uno minorenne per di più. Ma non c’era modo di farglielo capire alla casa che doveva andare più piano, perché d’altronde era una casa volante, mica parlante, e quindi lei andava per i fatti suoi e oltretutto, aggravante non certo da poco, non mi sembrava di vedere da nessuna parte la cabina di comando. Quella dove di solito c’è perlomeno un volante e una serie di pulsanti e manopole per decidere dove andare, a che velocità, se accendere o meno i tergicristalli, il riscaldamento – perché sì, va detto, in quella casa faceva freddo – o se fermarsi invece da qualche parte. No, di cabine di comando non ce n’era neanche l’aria. E la casa volante continuava ad andare senza sosta e a me, a dire il vero, sembrava che andasse sempre più forte. Poi, nello scombussolamento generale, mi pareva che la direzione verso la quale ci stavamo dirigendo fosse l’ovest, ma su questo non ci giurerei perché io l’ovest ho appena imparato a riconoscerlo sulla terraferma, ma a bordo delle case volanti mi riusciva un po’ più difficile orientarmi. E poi sembrava che solo io mi facessi tutte queste domande sulla casa volante, sulla cabina di comando, sulla velocità eccessiva e sulla direzione da prendere. Perché il bambino – che poi non sono i bambini quelli che di solito fanno le domande? – sembrava estremamente tranquillo in quella che allo stato attuale delle cose credo sia ormai la sua ex casa volante. E mentre il bambino se ne stava beato a coccolarsi non so con quali pensieri la casa continuava a sfrecciare tra valli, alberi, fiumi e creste montane finché a un certo punto l’acqua ha iniziato a prendere il sopravvento e sembrava che stessimo viaggiando seguendo il corso di un fiume. Un fiume, a dire il vero, un po’ troppo grande per essere in montagna – perché in montagna che io sappia ci sono solo torrenti – ma comunque non mi pare il caso di sottilizzare in una storia di case volanti senza cabina di comando abitate da bambini senza genitori ma apparentemente tranquilli. Ecco, allora seguivamo il corso di questo strano fiume a una velocità folle e non mi chiedete perché al bambino non ho domandato se avesse la più pallida idea di dove stessimo andando perché non ne so nulla. O almeno ne so quanto voi, perché poi il bambino, io, credo di non averlo mai sentito parlare da quando sono salito sulla casa e per quello che ne so potrebbe anche essere muto. Ed è per questo che vi chiedo di non farmi ulteriori domande perché io, ad esempio, non ve lo saprei spiegare proprio perché a un certo punto la casa volante si è fermata. Sì, perché non si è fermata come si fermano tutte le case che si rispettino, che piantano le loro fondamenta a terra e se ne stanno lì buone buone per 100-150 anni. No, la casa volante se ne stava lì sospesa sull’acqua come se aspettasse dalla montagna di fronte un segnale per ripartire. E allora io è in quel momento che ho cercato di avvicinarmi un po’ al bambino per parlargli e per cercare di capirci qualcosa di questa diavolo di casa volante. E naturalmente l’ho fatto nel modo confidenziale che si usa generalmente con i bambini. Ai bambini, infatti, mica si dà del lei o si usano degli inutili formalismi. No, tuttalpiù ai bambini si fa un sorriso, una smorfia oppure, così come ho deciso di fare io – chiamiamola la mia “tecnica di approccio” –, gli si fa solletico sulla pancia e poi gli si strizza il pisellino. Ma devo dire che la mia “tecnica d’approccio” non ha dato i risultati sperati perché il bambino sembrava più che altro infastidito dal mio gesto. O perlomeno diciamo che sembrava non gradire. E su una casa volante non c’è mica tempo di stare troppo a pensare alle conseguenze delle proprie azioni perché appena volti la testa, via! Ecco che la casa è ripartita di nuovo, se è possibile anche più spedita di prima, continuando la sua marcia verso questo presunto ovest sulle tracce di un curioso fiume alpino. E non chiedetemi dove portasse questo sentiero immaginario seguito dalla casa volante – va a capire che c’hanno in testa le case volanti! – l’unica cosa che so per certo è che si stava facendo scuro e che evidentemente il tempo scorre più velocemente sulle case volanti perché a me era sembrato di salirci che era mattina su questa strana casa e non mi pare che sia passato tutto questo tempo da poter giustificare l’arrivo repentino di un tramonto. Già, il sole scendeva, ma non come scendono normalmente i soli in tutti i posti normali del mondo, dove non esistono case volanti, bambini che non parlano e tanto meno fiumi troppo grandi per la montagna. No, il sole scendeva come scendono le tapparelle della finestra quando qualcuno le chiude la sera prima di andare a dormire, a vista d’occhio. E a me una cosa del genere a questo punto non sembra più neanche tanto strana, perché quando la cosa strana è una sola uno ci fa caso, ma quando diventano tante uno finisce per abituarsi. E poi non chiedetemi – di nuovo? – com’è successo che la casa ci ha abbandonato, perché non lo so proprio come le case volanti possano decidere di abbandonare i propri passeggeri, so solo che mi sono ritrovato in acqua con il bambino che continuava a non parlare e con la casa volante che sfrecciava via da sola diretta in non so quale posto. E allora è in quel momento che ho realizzato che sulla casa volante il tempo scorreva effettivamente più veloce perché mentre ero in acqua e cercavo di recuperare il bambino che non parlava, tutto intorno si era fatto completamente buio e le uniche luci rimaste erano quelle delle case che stavano lungo il corso d’acqua. Anzi, per essere più precisi le case avevano le loro fondamenta nell’acqua. Sì, insomma, sembrava una città lagunare, ma su un fiume invece che su una laguna. E le luci nelle case non erano accese così tanto per esserlo, ma perché dentro ci abitava qualcuno. Già, perché mentre io cercavo di capirci qualcosa in questa storia della casa volante e annaspavo con i miei vestiti bagnati in acqua, la vedevo la gente che mi osservava dall’interno delle proprie belle case illuminate, ma pareva che nessuno fosse abbastanza interessato da uscire allo scoperto per aiutare due poveracci abbandonati nel fiume dalla loro beneamata casa volante. Sembrava che questa gente fosse spaventata dalla nostra presenza. Che fosse il bambino che non parlava il problema? Bé, perché a dirla tutta non pareva che fossero proprio impressionati da stupide storie di case volanti e allora io mi chiedevo se questa gente non fosse più abituata alle case volanti che ai bambini apparentemente muti. No, il problema non era quello. Il problema era che non avevano la minima intenzione di scomodarsi per venire fuori a dare una mano a me e al bambino. Perché poi io, il bambino, anche se continuava a non parlare, l’avevo recuperato e lo tenevo in braccio che galleggiava, ma sembrava che neanche questa cosa muovesse a compassione nessuno. Ci guardavano, al sicuro dentro le loro casette calde e illuminate, ma l’idea di affacciarsi anche solo alla finestra per capire se avevamo bisogno di aiuto non li sfiorava proprio. Ed è a quel punto che ho deciso che il bambino, in quella situazione di pericolo, era necessario che diventasse mio figlio. Perché non puoi star mica a spiegare alla gente, mentre rischi di affogare, che il bambino che hai tra le braccia l’hai conosciuto per caso in una casa volante pochi minuti prima, ma che nella casa volante, dove il tempo passa più veloce, erano diventati una giornata intera, quella stessa casa volante che quando ci eri entrato dentro era ferma sul ciglio della strada come una casa qualunque. No, una cosa del genere era evidentemente troppo lunga da spiegare e poi il bambino faceva molto più effetto se in quella situazione diventava il mio bambino.
“Aiuto! Il mio bambino!” gridavo.
“Aiuto!”.
Non che si siano precipitati a soccorrerci, questo sia chiaro, ma perlomeno dopo il quarto o quinto “aiuto!” qualcuno si è iniziato a sporgere dalla finestra con un po’ di curiosità e dopo il sesto, di “aiuto!”, ho visto un uomo uscire di casa e avvicinarsi timoroso verso di me e quello che era diventato a tutti gli effetti il mio bambino. Era colui che poi si sarebbe identificato come Stefano. Ma nonostante la situazione fosse di palese pericolo Stefano non ci pensava proprio ad avvicinarsi, porgendoci magari una corda o più semplicemente un braccio per aiutarci a venir fuori dall’acqua. Già, perché come dicevo prima non si trattava di un fiume come tutti gli altri con una riva verso la quale arrancare. No, le case avevano le fondamenta nell’acqua e se qualcuno non ti apriva la porta di casa c’era ben poco verso cui arrancare. Rimanevi in acqua a lessarti le dita. E quando dico che c’era più di una cosa strana da spiegare in questa storia evidentemente non esagero. E fra queste va annoverata sicuramente la maniera curiosa nella quale Stefano ha pensato bene di aiutarci.
“Io sono Stefano” mi fa.
Mica una corda dicevo, né una mano, né tanto meno una coperta – perché sì, io e quello che era diventato ufficialmente il mio bambino cominciavamo a sentire freddo. No, “io sono Stefano” e poi ci porge un piatto di plastica pieno d’acqua come se fossimo degli animali da abbeverare e poi ancora un po’ di pane, pomodoro e formaggio con un pizzico di maionese. E mentre io e il mio bambino ce ne stavamo completamente a mollo nel fiume a mangiare i nostri panini aggrappati con le braccia a quello che era a tutti gli effetti l’attracco per una barca, Stefano ci osserva, e anche se non aggiunge niente a “io sono Stefano”, inizia a prendere confidenza con la nostra presenza. Ora, non è che sia proprio una gran bella cosa osservare in quel modo qualcuno che mangia. Oltrettutto con il corpo completamente a mollo nell’acqua senza che ti venga minimamente in testa l’idea di darci una mano. No, non lo è. Ma cosa dire all’unica anima buona di un intero paese che, con tutta la diffidenza di questo mondo, perlomeno ha deciso di venire in nostro aiuto?
Eh? Cosa direste voi a Stefano? Ma niente evidentemente! Che cosa vuoi dire a Stefano! Che ci guardi pure mangiare a me e al mio bambino. Pane, pomodoro e formaggio con un pizzico di maionese. Perché se ti ritrovi in un posto assurdo senza sapere come ci sei finito, dopo aver incontrato un bambino che non parla in una casa volante dove il tempo scorre più velocemente e che all’improvviso decide di mollarti in acqua e di andarsene via per i fatti suoi, l’unica soluzione che hai è affidarti all’unica persona che ti porge la mano – si fa per dire – in segno di aiuto. Quindi che dire se non “grazie Stefano”? Grazie di cuore, anche se non so chi tu sia e non ho la più pallida idea del motivo per cui mi ritrovo qui con un bambino che non parla ma che spaccio per mio figlio dopo che una casa volante, che in principio non credevo nemmeno fosse tale, trasportandomi a velocità folle mi ha lasciato nel bel mezzo di una città lagunare senza laguna, dove vive gente apparentemente poco curiosa e diffidente e dove l’unica persona che mi ha porto un aiuto si ostina a non aggiungere nulla a “io sono Stefano” e mi lascia, a me e a mio figlio, a mollo nell’acqua mentre non è apparentemente sorpreso di tutto quello che ha visto al punto di non farmi la benché minima domanda su ciò che è accaduto, ma limitandosi a rimanere in ginocchio ad osservarmi mentre bevo acqua da un piatto di plastica come fossi un animale. Perché una cosa, io, nella vita l’ho imparata. Anzi due. E di ciò faccio tesoro. E cioè che è inutile ostinarsi a capire le persone, quello che fanno e perché lo fanno. E’ meglio limitarsi a osservare, perché tanto qualcosa, prima o poi, succederà di sicuro. Nel frattempo poi, in attesa che qualcosa avvenga veramente, la cosa migliore, senza ombra di dubbio, è non farsi troppe domande.

Illustrazione Tagliamani

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5 Comments so far
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sono quello dell’altra volta, del clack e della mattìa che ti piglia tutta insieme, e qualcuno per caso ci fa sù il suo guadagno, o ci passa quei 5 minuti di gioia per uno più matto di lui, eh sì amico mio sono io,
se ricapiti in laguna-città ti darò una mano, vera, stavolta!
è inutile che ti dica come mi chiamo
mah!

p.s. la mail è fasulla, ma ti giuro il resto no!

Comment by non credo ci crederai, eppure...

che peccato che non scrivi più…. o forse è un bene?

Comment by elzeviro

e chi ha detto che non scrivo più? Scrivo veramente poco qui ma continuo a scrivere. Ma visto che non ti palesi non posso neanche proporti di mandarti quello che scrivo. Il fatto è che scrivo meno su queste distanze mentre mi dedico di più a roba che attualmente non avrebbe senso pubblicare su un blog. Ciao

Comment by emiliano

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