gli alberi non si muovono


Casa volante
January 24, 2010, 3:31 pm
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E adesso vaglielo a spiegare che viaggiavi su una casa volante insieme a tuo figlio e che a un certo punto la casa volante ha deciso di mollarti lì dov’eri per continuare il proprio viaggio da sola. Già, perché una persona sana di mente una storia del genere non la berrebbe mai, anzi penserebbe che la stiamo prendendo per il culo. Ma purtroppo le cose stanno così. E io e mio figlio siamo enormemente grati a questa persona, che è stata l’unica, di tutta la gente che era dentro le proprie case sull’acqua, a darci una mano. Già, è un po’ diffidente, ma perlomeno è uscito di casa e ci ha offerto dell’acqua con pane, pomodoro e formaggio. Sul formaggio c’è anche della maionese, e io la maionese, devo ammetterlo, proprio non la sopporto, ma come si fa a lamentarsi con uno che è giunto in tuo soccorso mentre stavi per affogare insieme a tuo figlio? E allora mentre penso a una scusa credibile da inventarmi con… ah, Stefano, dice proprio di chiamarsi così… a voi lo racconto veramente cosa è successo a me e a mio figlio. Anche se prima una cosa a Stefano gliela voglio proprio chiedere perché vorrei capire che razza di posto è questo con le case sull’acqua come fossimo a Venezia, ma isolati da tutto nel bel mezzo della montagna. Ma forse no, aspetto un po’ invece, e a Stefano gliela chiedo con più calma questa cosa, magari dopo che ho mangiato il mio pane, pomodoro e formaggio con un pizzico di maionese e che mi sono ripreso da questa brutta avventura. E allora mentre cerco di rimettermi e aspetto di capire da Stefano in che razza di posto siamo, vi racconto com’è successo che la nostra casa volante ci ha lasciato qui nel bel mezzo del niente e se n’è fuggita via.
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Sì, ce l’ho proprio con te faccia di merda!
July 30, 2009, 10:33 pm
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Cazzo! Cazzo!Cazzo! Ecco, questo è buon modo per iniziare un discorso. Perché se avessi detto: Padella! Padella! Padella! Non avrebbe certo reso allo stesso modo. Il problema però non è tanto imprecare, perché a imprecare sono capaci tutti, ma dare una direzione alle proprie imprecazioni. E allora facciamo un passo indietro. Perché le imprecazioni, sì questo lo sanno tutti, possono essere frutto di stati d’animo diversi. Ma io non voglio dare niente per scontato e giusto per fugare ogni dubbio intendo fare chiarezza sul mio, di stato d’animo. Si tratta di rabbia. Sì, precisamente di rabbia. Anche se solitamente la rabbia prende all’altezza del piloro (lo stomaco, somaro!) mentre la mia tende a soffocare lentamente verso l’intestino. Ma non è questo il momento per una lezione d’anatomia. Quindi andiamo avanti. Dicevo, indirizzare le imprecazioni. E io so bene verso chi è indirizzata la mia rabbia. Sì, sì. Hai capito bene. Proprio verso di te. Ce l’ho proprio con te. Altrimenti perché annoiarti con questa lagna. Non ti tornano i conti? Vuoi sapere perché ce l’ho con te? Allora, dedicami un paio di minuti e te lo spiego. Ma con ordine. Non voglio permettere alla rabbia di prendere il sopravvento sulla ragione. Quindi partiamo con un breve elenco di motivi. (Porta solo un po’ di pazienza. Sono solo pochi punti).

Primo. Sono deluso. Deluso dal tuo comportamento. Eh sì, sembravi così cambiato, mi avevi talmente riempito d’illusioni che quasi ci avevo creduto. Si lo devo ammettere, mi avevi quasi fregato con i tuoi puerili tentativi di auto perfezionamento. “Sono migliorato” ripetevi. “Sono migliorato”. Ma per piacere… eccoci qua, siamo daccapo. Tutto si ripete. Da un anno a questa parte nulla è cambiato. Sei sempre il solito cazzone. La medesima patata lessa. Gli stessi identici errori. Quasi compiaciuto della tua recidività. Tanta fatica per nulla, insomma. Tanti sforzi vanificati.

Secondo. Sei talmente preso da te stesso che non ti rendi neanche conto di cosa accade realmente intorno a te. Un solipsista. Ecco cosa sei! Incapace di rapportarti lucidamente con la realtà. Creatore di mondi immaginari a tuo uso e consumo. (Nel bene e nel male, sia chiaro!). Ecco, sì. Te lo ripeto allora. Non possiedi nessun, dico nessun contatto con la realtà. Ti aggrappi alla tua fervida immaginazione come se fosse l’unica via d’uscita a quello che altrimenti ti apparirebbe come un incubo insopportabile. La tua vita. Sì, è così. Non c’è tanto da girarci intorno, ed è proprio il caso che tu te ne faccia una ragione. Ti vorrei sputare in faccia per quanto mi fai schifo, perdio! Ma andiamo oltre, ho ben altro da dirti.

Terzo. (Tranquillo è l’ultimo). Dai, ammettilo. In fondo tutto questo ti piace. Un po’ ti mancava razzolare nella tua merda, dì la verità. E non essere codardo. Perché di codardia bella e buona si tratterebbe. Abbi il coraggio di ascoltarmi fino in fondo perché voglio spiegartelo bene bene questo concetto che mi sfruguglia per la testa. Sì, è senza dubbio il più interessante e merita che tu lo ascolti. Ti piaceva talmente tanto autocommiserarti, piangerti addosso, che non potevi accettare di passare più di un anno tranquillo e beato. A te in fondo dà quasi sollievo questo patetico torpore provocato dai tuoi infantili doloretti e dai tuoi sciocchi dispiacerucci. Ne godi. Dì la verità. Sì, perché in fondo tu pensi che stare bene sia da sfigati. Sì, stare bene non è abbastanza da dannato. Non sufficientemente maledetto da consentirti di mantenere viva quest’immagine postadolescenziale di te. Il ragazzo turbato… Ma fammi il piacere! E non fare per andartene. Aspetta! Fammi finire. Dai, onestamente. Pensaci bene. In fondo è umano. La merda è calda. Confortevole. Poi se si tratta della propria! Sei talmente abituato al suo odore. Perché venirne fuori, liberarsene e rimettersi in piedi pulito e profumato? Quando le gambe s’intorpidiscono a tal punto anche una passeggiata può sembrare la maratona di New York. E sia chiaro, non che io non ti capisca. Non sarei un essere umano dotato di ragione. Ma sono stufo di capire. Sono stufo di sentirti parlare. Di sentirti lamentare. Non sopporto proprio più di vedere quella tua stupida faccia pensierosa. A che cazzo pensi?! Eh, dimmelo! A chi lo vuoi far credere di avere chissà quale mistero nascosto dietro quel muso perplesso. Un pallottoliere per scimmie ammaestrare, ecco cosa ti impedisce di compiere la più comune delle reazioni. Sei impegnato a contare le palline. Stupide palline colorate! Nient’altro. E allora ecco, io te lo chiedo per favore. (Sì, lo so. Sei stanco. Ho finito abbi pazienza). Fammi solo questo benedetto favore! Non ti chiederò più nient’altro. Lo giuro. Ma ti prego, levati di torno. Sparisci. Non voglio avere più niente a che fare con te. Mi fai vomitare. Il solo pensiero di te mi fa venire i brividi. E non parlo metaforicamente. Tutto quello che dico corrisponde alla realtà. Parlo sul serio. L’unico desiderio che ho ora (te lo confesso e poi ti mando a dormire) è spaccarti la faccia. Sì, sì. Hai capito bene. Mi piacerebbe da morire farti uscire un bel po’ di sangue dal naso così da rovinare quel tuo bel profilo greco (che poi anche su quest’asserzione ci sarebbe un bel po’ da discutere). E te lo ripeto. Non sto esagerando. E’ la cosa che vorrei di più al mondo. Vederti rantolare a terra mentre sputi sangue e denti sul pavimento. Sì, io vorrei spaccarti la faccia! Ah, che liberazione esternare le proprie emozioni. Anche le più barbare e violente. Perché a volte ce n’è bisogno. C’è bisogno di liberarsi. Di dar sfogo alle pulsioni. Di lasciarsi un po’ andare. E allora ecco, giusto per concludere, io te lo voglio giurare su me stesso (che è l’unica cosa in cui credo) tanto per sancire la questione: a rischio di sembrare ripetitivo, io ti frantumerei la faccia in mille pezzi. Ancora e ancora. E puoi esser certo che se quello che ho davanti non fosse veramente uno specchio l’avrei già fatto da un pezzo. Sì, ce l’ho proprio con te, faccia di merda!

porco_dio

Vignetta di Tagliamani



Clack! Il giorno in cui sono diventato matto
May 29, 2009, 12:48 pm
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Ecco. Finalmente (o disgraziatamente, fate un po’ voi) è successo. Da oggi non ci sono più dubbi. Sono ufficialmente matto. E la colpa è solo vostra. E’ inutile che vi nascondete dietro un dito, dietro la vostra ipocrita dichiarazione d’innocenza. Siete voi i responsabili. Con i vostri sguardi indagatori, i giudizi quotidiani, i sorrisi sotto i baffi e quel malcelato atteggiamento di superiorità.
“Tiè, guarda quello. Guarda che faccia”.
E io a forza di subire le vostre vessazioni, ecco come sono finito. Lentamente, inesorabilmente, ufficialmente matto. E lo so bene che la vostra sordida curiosità brama di sapere com’è che si diventa matti da un giorno all’altro, ma su questo punto vi devo deludere. Mettetevelo bene in testa. Anche se lo so quello che vi immaginate nelle vostre testoline frementi di novità, non è così che avviene. Non è così che si diventa matti. Non ti svegli una mattina e paaammm! sei matto. No, non è così che succede. Si diventa matti lentamente. Ci vuole pazienza, tanta pazienza per far posto alla follia.
E magari la cosa vi gratificherà pure, ma devo dire che insieme abbiamo fatto un gran bel lavoro. Sì, proprio noi. Io più voi per la precisione. Io con la mia gran pazienza e voi con i vostri giudizi, la vostra morbosa curiosità, l’ipocrisia, la dabbenaggine, il qualunquismo, le formalità, il senso civico, quello morale… Bè, sì. Voi di doti in questo senso ne avete in abbondanza. Ne avete eccome. Poi io naturalmente ci ho messo del mio con la mia infinita, inestinguibile, ineguagliabile pazienza, ma devo ammetterlo, senza la vostra trafila di pregi e virtù non sarei arrivato da nessuna parte. Senza di voi, insomma, non sarei nessuno. E mai sarei riuscito in questo arduo compito.
E anche se, come vi dicevo, matto si diventa lentamente, c’è un momento in cui si percepisce chiaramente di aver varcato la soglia e che si non potrà mai più tornare indietro.
Si tratta di una linea per l’esattezza. Immaginate una linea gialla come quella che si trova sulla banchina delle stazioni ferroviarie.
“Non oltrepassare la linea gialla” trovate scritto in tutte le stazioni.
Ecco. Io vi ho avvertito. Poi fate come volete. Ma state attenti. Non oltrepassate la linea gialla. Perché una volta dall’altra parte tutto cambia forma.
Clack!
Sì, è proprio un clack! quello che sentirete nella vostra testa. Proprio nel cuore del cervello. E’ questo il segnale acustico che vi dirà che siete andati oltre, che il passaggio è avvenuto inequivocabilmente. Siete dall’altra parte. Niente sarà più come prima.
E’ da questo momento in poi che la gente avrà un atteggiamento diverso con voi. No, non sono paranoie. Non è delirio di persecuzione. Sta accadendo veramente. La gente vi guarda e bisbiglia, ride, tuttalpiù vi dà una pacca sulla spalla e a differenza di prima vi inizia a salutare, vi dà qualche monetina ogni tanto e quando capita una sigaretta. Siete diventati finalmente innocui. Ce l’avete fatta. Nessuno vi teme più e non dovete più temere nessuno. E’ così che funziona. Sono finiti i tempi dolorosi dei giudizi, delle ipocrisie e degli sguardi di sottecchi. Quando si diventa matti non c’è più nulla da temere. La pacchia inizia ora. Benvenuti. Questa è quella che gli esseri umani chiamano follia.



La torta
May 24, 2009, 11:51 am
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Ecco. Ridete. Ho la torta in faccia



110 decibel (inizia esattamente così…)
March 30, 2009, 4:56 pm
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Io sono un idiota. Sì, è proprio questa la mia peculiarità. Essendo un essere umano non vengo meno alla regola che vuole che ognuno di noi abbia una caratteristica che lo contraddistingue.
E allora ecco, io sono un idiota. Ma non un idiota qualunque. Io sono l’idiota per eccellenza.
E voi vi chiederete: “Ma perché proprio un idiota? E non magari un deficiente, uno stupido o più genericamente un imbecille?”. Semplice, perché se un uomo di 40 anni si comporta come un ragazzino di 14 non può che essere questo: un perfetto idiota.
E allora voi aggiungerete: “Vabbé, ma di casi del genere ne è pieno il mondo! Quanti ce ne saranno? Migliaia? Milioni?”.
Sicuramente tanti. Ma il mio essere idiota ha una particolarità che lo contraddistingue da tutto il resto. E’ studiato a tavolino. In ogni minimo particolare. E ogni gesto, ogni movimento, ogni parola, ogni pensiero sono attentamente calcolati affinché il mio essere idiota non risulti essere uno dei tanti, bensì la sublimazione dell’idiozia.
Io, il re degli idioti!
E allora ecco, mi ritrovo nel pieno centro di Parigi a chiedermi per quale motivo sia finito qui da solo. Sì, perché da soli si può anche stare bene, ma non se si finisce per rimanere appesi a Lei.
Sì, rimanere appesi a Lei.
Avete inteso bene. Un rumore di fondo che mi accompagna ovunque, una carezza a 110 decibel che mi scuote le membra.
Ecco, questo fa di me l’indiscusso re degli idioti.
Io sono qui per Lei.
Temo, anzi ne sono certo, che se la carezza a 110 decibel mi dovesse abbandonare mi sentirei perduto. Completamente smarrito.
E allora ecco la spiegazione. Essere qui è un po’ come essere con Lei. Sì, perché Parigi amplifica il rumore di fondo, e se il rumore di fondo si amplifica, io sto meglio.
Anche se a 40 anni una cosa del genere non te l’aspetti, uno si dovrebbe comportare da adulto, evitare giochetti da ragazzino innamorato. Ma non posso farci niente, è più forte di me. Essere a Parigi è un po’ come essere con Lei e io a Lei non so proprio resistere.

Bisogna ammetterlo. Questi francesi hanno veramente una bella lingua. Una lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale. Le parole in francese diventano più musicali, si accordano meglio fra di loro. Poi è vero che è difficile giudicare una lingua dal proprio interno, e quindi non saprei dire con esattezza come risulti l’italiano. Ma di una cosa sono sicuro: il francese è assolutamente insuperabile.
Ah, le lingue straniere! Accidenti a loro. Ogni volta è la stessa storia… L’impotenza. Sì, è proprio una sensazione d’impotenza quella che mi mettono addosso. Mi sento un incapace. Perché sono veramente troppe. Le lingue intendo. Non posso mica impararle tutte.
Ma concentriamoci sul francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, una lingua da inserire assolutamente nella lista delle cose da imparare. Ce lo dovrebbero insegnare sin da bambini. E’ chiaro, insieme a qualche altra lingua. Poi chi vuole approfondire, approfondisce.
Perché uno si può anche stancare di imparare lingue nuove, ma il francese no. Il francese non può venire a noia. Soprattutto se a parlarlo è una donna. Sì, è proprio in quel caso che acquisisce tutta la sua valenza espressiva. E’ proprio allora che diventa una lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale.
Ecco cosa vorrei. Una donna che mi parlasse in francese durante il sesso. Sì, il sesso in francese. Dovrebbe essere un’esperienza grandiosa.
Più ci penso e più ne sono convinto. Finché sarò appeso al pensiero di Lei, con il rumore di fondo, una carezza a 110 decibel che mi scuote le membra, il francese avrà un altro valore intrinseco. Diventerà un super-francese. Un francese a 110 decibel di potenza. Un francese imbattibile!
“D’accord. A plus” risponde lei.
E io ecco che rischio di svenire.
Ma solo ora la mia mente collega lucidamente questa sensazione all’idea di fare sesso in francese. Adoro il francese. Il sesso in francese. Prima o poi dovrò provarlo.

Bisogna dire le cose come stanno. Se quarantacinque anni fa erano solo in quattro. Ora l’esigua schiera dei privilegiati ha aperto le porte a un quinto fortunato. E quel quinto sono proprio io.
Sì, insieme ad Abelardo, a Enrico Molinari di New York, al testone e alla mezzala sudamericana Cherubillo ci sono anch’io.
Anch’io con lo stesso ambito privilegio.
Anzi lo definirei il privilegio. Perché se è vero che scarnificata la civiltà moderna, spogliata delle sue inutili sovrastrutture, ridotta all’osso insomma, senza tutta quella calcina che la sommerge, rimane solo una cosa, quella cosa diventa la cosa. E non vi sto neanche a spiegare perché un privilegio nell’ambito de la cosa diventa il privilegio. Mi sembra un insulto alla vostra intelligenza.
E per i lenti di comprendonio preciso che sto parlando di sesso.
Anzi più precisamente del coito, come atto che non simboleggia un niente di niente se non l’atto stesso di compierlo.
Ma dicevamo del privilegio. Un privilegio per il quale le donne più smaliziate si strapperebbero i capelli, magari in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale per cui anche strapparsi i capelli diventa un fatto da non archiviare come banale. Un privilegio troppo spesso ridimensionato. E il motivo è chiaro, lampante. Rappresenta un pericolo sociale difficile da fronteggiare se si ammette – e bisogna ammetterlo! – che il sesso non è affatto il fine ultimo. Bensì il mezzo. Un mezzo che risponde tale e quale alla necessità per cui è nato. Ovvero essere mezzo. Nient’altro. Così come la vita non è altro che il cammino che si percorre, passo dopo passo, il sesso è questo.
Sesso. Punto e basta!
E voi vi renderete conto che di fronte a un’affermazione del genere è difficile rimanere impassibili. Si sgretola la società dalle fondamenta. Tutto si riduce a pochi fattori essenziali. E fra questi è evidente che il piacere ricopre un ruolo fondamentale.
Archetipo.
Essenziale.
E chi come me, il testone, Abelardo, Enrico Molinari di New York e Cherubillo possiede un tale privilegio parte sicuramente avvantaggiato.
E non so loro, ma io al mio privilegio mi ci aggrappo forte, non voglio mica farmi fregare da generici e immotivati ridimensionamenti – che poi va a capire da quali arcani intenti nascono! Ho un privilegio e me lo tengo stretto. Lo afferro come fosse l’unica scialuppa di salvataggio di una nave in procinto di affondare. Perché tutto quello che ho intorno sembra affondare rapidamente in un vortice di omologazione oceanica. Un vortice fatto di gente che rincorre dalla mattina alla sera senza sapere esattamente cosa stia rincorrendo.
Il paese del rincorri corri.
Un paese che non accetta privilegi e che, nel momento in cui compaiono, cerca di estirparli in ogni modo. E perdipiù con violenza, concentrandosi innanzitutto su chi il privilegio non ce l’ha. La strategia è questa: farti sentire un esserino piccolo piccolo piccolo.
Perché poi l’obiettivo è di gettare tutti nel calderone dell’omologazione, nella speranza – speranza vana! – che anche chi possiede un privilegio decida di farne a meno sacrificandolo di fronte all’altare del rincorri corri.
Bé, in questo insensato movimento generale sento di avere un diritto di precedenza. Ho il privilegio io! Mica chiacchiere. Perciò fatemi largo. Sto arrivando.



Jokkmokk (una storia per bambini)
February 25, 2009, 4:28 pm
Filed under: Jokkmokk

Jokkmokk era un paese di poco più di cinquemila abitanti e la casa della famiglia Tano si trovava appena fuori dall’abitato, un quarto d’ora a piedi se le strade non erano ghiacciate a causa della neve.
A Jokkmokk, come in tutti i paesi del nord della Svezia, per un paio di mesi l’anno il sole non sorgeva mai, a parte una tiepida alba nella tarda mattinata, durante la quale i raggi del sole facevano capolino dietro la cima delle montagne. In quei giorni la temperatura poteva scendere fino a trenta gradi sotto zero e la povera Isis, privata anche del tiepido sole invernale, temeva quel periodo più di ogni altra cosa al mondo.
La mattina papà Sampo l’accompagnava a scuola che era ancora notte, e quando la tornava a riprendere era di nuovo buio. E sarà perché papà Sampo aveva la tempra dura dei Lapponi, che non temono di certo il freddo, sta di fatto che non gli riusciva proprio di arrivare in orario. E perlomeno di capire perché avrebbe dovuto farlo.
Imbacuccata dalla testa ai piedi Isis aspettava papà Sampo fuori dalla scuola elementare, con solamente gli occhi scoperti per controllare che arrivasse. Se andava bene erano dieci minuti, altrimenti l’attesa si poteva prolungare fino a mezzora. Mezzora che per Isis diventava un vero e proprio incubo, barricata nel suo piumino invernale, coperta con sciarpa, guanti e cappello. E sotto questa spessa coltre gli occhi azzurri di Isis erano come fari nella notte alla ricerca di papà Sampo.
Cosa era successo quel giorno?
Probabilmente una renna aveva fatto le bizze e aveva costretto papà Sampo ad attardarsi nell’allevamento. E quindi eccolo di nuovo in ritardo. Questo pensava Isis ogni giorno, perché era questo che ogni giorno succedeva.
“Arriverà. Arriverà…” le disse Peter mentre chiudeva alle sue spalle il cancello d’ingresso. “Vedrai che prima o poi arriverà”.
Peter era il bidello della scuola, un lappone di media statura, con gli occhi leggermente a mandorla e le braccia estremamente robuste. Chiudeva la scuola dopo che tutti, insegnanti e alunni, avevano lasciato l’edificio. E come ogni santo giorno la povera Isis era l’ultima rimasta.
Peter era un brav’uomo e vedendo la piccolina intirizzita dal freddo, si inteneriva e rimaneva a farle compagnia. Le parlava sperando che non pensasse al freddo.
E ne aveva di cose da raccontare! Da giovane, prima di diventare il bidello della scuola elementare di Jokkmokk, aveva fatto molti altri lavori. Era uno che si sapeva adattare e col tempo era diventato una specie di tuttofare. Qualunque problema ci fosse all’interno della scuola Peter era in grado di risolverlo. Se si rompeva un banco lui lo riparava, se c’era da appendere qualcosa lui lo appendeva, se c’era da potare le piante lui le potava, se c’era da pulire i pavimenti lui li puliva e se c’era da sturare un gabinetto lui lo sturava. Ma non solo, Peter era anche uno che aveva viaggiato molto perché da giovane aveva tentato la fortuna altrove. Era stato in Danimarca, in Germania e addirittura in Italia. Non si accontentava, allora, della fredda vita di Jokkmokk.
“Pensa a qualcosa di caldo” le disse Peter.
“Ci sto provando…” rispose Isis con la voce un po’ sofferente.
“Lo sai che esistono dei posti nel sud dell’Italia dove la gente non porta quasi mai il cappotto e non sa cosa siano sciarpe, guanti e cappelli? Pensa di essere lì” le propose il bidello.
“E tu cosa ne sai di questi posti?” rispose incuriosita Isis.
“Bè, ci sono stato” ribatté Peter.
“Davvero?” esclamò la piccolina.
“Davvero” le confermò Peter.
“Niente cappotti?” insistette Isis.
“Niente cappotti” ripeté l’uomo.
“Accidenti!” esclamò Isis. “Deve trattarsi di posti bellissimi!”.
“Già, pensa che in Sicilia, dove io ho vissuto per circa due anni, la temperatura scende difficilmente sotto i 5 gradi e la gente gira con cappotti leggeri che non allaccia quasi mai” sopraggiunse Peter.
“Uau! Niente neve quindi?” continuò Isis.
“Niente neve” le confermò il bidello.
“Devo andarci assolutamente” disse la piccolina. “Sì, devo trovare il modo di andarci”.
“Credo che tu sia ancora un po’ piccola per pensare di arrivare fino in Italia da sola” rispose ridendo Peter. “Comunque abbi pazienza. Tra poco tuo padre sarà qui. Per l’Italia c’è sempre tempo”. La salutò e si avviò verso casa. Si era fatto tardi e lo aspettavano per pranzo.
Intanto Isis era caduta in una specie di sonno a occhi aperti in cui si immaginava in Italia con un cappotto di cotone aperto davanti che passeggiava per le vie di Palermo. Stava bene, non sentiva freddo ed era felice. Veramente felice. Anche più felice di quando sognava di riuscire a costruire il superpiumino.
Il superpiumino era un’idea che aveva studiato Isis durante i lunghi periodi di attesa fuori dalla scuola elementare. Si trattava di un piumino speciale, dotato di un sistema idraulico di riscaldamento, che le avrebbe impedito di sentire freddo anche alle temperature più basse. Piccoli tubi di gomma all’interno dei quali scorreva un liquido bollente e che le trasmettevano calore per tutto il corpo.
“Isis, tesoro! Sali in macchina! Corri che è freddo!” Era papà Sampo.
“Ciao papà” disse Isis.
“Scusa amore, ma le renne oggi non si decidevano proprio a rientrare nel recinto” si giustificò il padre.
“Lo so, lo so. Non ti preoccupare” gli rispose la piccola Isis, che oltre a essere bellissima, aveva anche un animo dolce e pieno di buoni sentimenti per tutti. Figuriamoci per papà Sampo!
“A cosa pensavi tesoro? Non mi hai neanche visto quando sono arrivato…” le chiese il padre.
“Un sogno a occhi aperti” rispose Isis “Non ti preoccupare papà. Non è niente”.

TO BE CONTINUED



Diario di un vola vola! mancato
January 11, 2009, 6:31 pm
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“Guarda che è divertente fare vola vola!“… giusto, ha ragione la mamma. Cazzo, poi da bambini è così facile… ti prendono in mezzo ti tirano su per le braccia e via! Vola vola vola!… e volavi veramente, mica per scherzo! Solo che alla mia età trovare qualcuno che ti prende e ti fa fare vola vola! non è mica semplice… Finisce che vola vola! ti tocca farlo da solo, ma poi non è la stessa cosa… il vero vola vola! si fa con gli altri. E il problema è che alla mia età convincersi ogni volta che sarà bello fare vola vola! non è per niente facile. Perché crescendo uno si mette in testa una marea di stronzate e magari si arriva a addirittura a pensare che “quella è roba per bambini”, “noi siamo adulti”, “certe cose non si possono mica fare”. E invece fai vola vola! una volta e ti rendi conto di quanto sei stronzo e di quanto sono stronzi gli adulti che vola vola! non lo vogliono più fare perché a te fare vola vola! ti manca, ma prima di allora non te ne eri reso conto. E allora passi davanti all’Associazione Culturale Centro del Tango Argentino “Astor Piazzola” e ti ricordi che avevi sentito dire che i finlandesi sono il secondo popolo al mondo più appassionato di tango e pensi che anche se sta cosa del tango non c’entra un cazzo, tu un po’ i finlandesi li invidi, perché sono così nordici, così tristi, così compassati eppure si lasciano andare al tango argentino. Che è una specie di vola vola! per grandi in cui nessuno di afferra e ti fa volare, ma comunque una bella cosa da provare.
E allora penso che invece di riempire i giornali di dichiarazioni inutili i politici dovrebbero prometterci e garantirci una cosa solamente… un vola vola! gratuito al giorno per tutti! Perché sì, credo che la gente si sentirebbe meglio se facesse vola vola! almeno una volta al giorno.
E’ tutta una questione di controllo. Nel vola vola! non ci dev’essere controllo da parte di chi vola. E quindi è necessario abbandonare questo maledetta abitudine che ci impogono da adulti e metterci completamente nelle mani di qualcuno che ci fa volare, che ci fa staccare da terra almeno un metro con le ginocchia che ci toccano il naso…
bè, ripenso al vola vola! di ieri sera… è un po’ come se qualcuno cerca di farti volare e tu ti ostini a lottare contro la forza di gravità puntando con ostinazione i piedi per terra… e allora mi riviene in mente che Marco mi diceva che a lui fa tanto ridere quando mi accanisco con qualcuno definendolo un imbecille! marcando con decisione la lettera b… e allora fatti quattro risate Mà… hai ragione tu, quella storia doveva iniziare così… Io sono un imbecille. E sarebbe stato un vero capolavoro. Già, perché una storia che inizia così se non altro ti fa ridere. Anche se poi un imbecille io lo sono veramente e sta cosa non fa per niente ridere… No, perché io sono un imbecille che si rifiuta di fare vola vola! e credo non ci sia nient’altro da aggiungere. Se non che io voglio fare veramente vola vola!… è la cosa che desidero di più al mondo. Ma per ora proprio non mi riesce.