gli alberi non si muovono


Sì, ce l’ho proprio con te faccia di merda!
July 30, 2009, 10:33 pm
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Cazzo! Cazzo!Cazzo! Ecco, questo è buon modo per iniziare un discorso. Perché se avessi detto: Padella! Padella! Padella! Non avrebbe certo reso allo stesso modo. Il problema però non è tanto imprecare, perché a imprecare sono capaci tutti, ma dare una direzione alle proprie imprecazioni. E allora facciamo un passo indietro. Perché le imprecazioni, sì questo lo sanno tutti, possono essere frutto di stati d’animo diversi. Ma io non voglio dare niente per scontato e giusto per fugare ogni dubbio intendo fare chiarezza sul mio, di stato d’animo. Si tratta di rabbia. Sì, precisamente di rabbia. Anche se solitamente la rabbia prende all’altezza del piloro (lo stomaco, somaro!) mentre la mia tende a soffocare lentamente verso l’intestino. Ma non è questo il momento per una lezione d’anatomia. Quindi andiamo avanti. Dicevo, indirizzare le imprecazioni. E io so bene verso chi è indirizzata la mia rabbia. Sì, sì. Hai capito bene. Proprio verso di te. Ce l’ho proprio con te. Altrimenti perché annoiarti con questa lagna. Non ti tornano i conti? Vuoi sapere perché ce l’ho con te? Allora, dedicami un paio di minuti e te lo spiego. Ma con ordine. Non voglio permettere alla rabbia di prendere il sopravvento sulla ragione. Quindi partiamo con un breve elenco di motivi. (Porta solo un po’ di pazienza. Sono solo pochi punti).

Primo. Sono deluso. Deluso dal tuo comportamento. Eh sì, sembravi così cambiato, mi avevi talmente riempito d’illusioni che quasi ci avevo creduto. Si lo devo ammettere, mi avevi quasi fregato con i tuoi puerili tentativi di auto perfezionamento. “Sono migliorato” ripetevi. “Sono migliorato”. Ma per piacere… eccoci qua, siamo daccapo. Tutto si ripete. Da un anno a questa parte nulla è cambiato. Sei sempre il solito cazzone. La medesima patata lessa. Gli stessi identici errori. Quasi compiaciuto della tua recidività. Tanta fatica per nulla, insomma. Tanti sforzi vanificati.

Secondo. Sei talmente preso da te stesso che non ti rendi neanche conto di cosa accade realmente intorno a te. Un solipsista. Ecco cosa sei! Incapace di rapportarti lucidamente con la realtà. Creatore di mondi immaginari a tuo uso e consumo. (Nel bene e nel male, sia chiaro!). Ecco, sì. Te lo ripeto allora. Non possiedi nessun, dico nessun contatto con la realtà. Ti aggrappi alla tua fervida immaginazione come se fosse l’unica via d’uscita a quello che altrimenti ti apparirebbe come un incubo insopportabile. La tua vita. Sì, è così. Non c’è tanto da girarci intorno, ed è proprio il caso che tu te ne faccia una ragione. Ti vorrei sputare in faccia per quanto mi fai schifo, perdio! Ma andiamo oltre, ho ben altro da dirti.

Terzo. (Tranquillo è l’ultimo). Dai, ammettilo. In fondo tutto questo ti piace. Un po’ ti mancava razzolare nella tua merda, dì la verità. E non essere codardo. Perché di codardia bella e buona si tratterebbe. Abbi il coraggio di ascoltarmi fino in fondo perché voglio spiegartelo bene bene questo concetto che mi sfruguglia per la testa. Sì, è senza dubbio il più interessante e merita che tu lo ascolti. Ti piaceva talmente tanto autocommiserarti, piangerti addosso, che non potevi accettare di passare più di un anno tranquillo e beato. A te in fondo dà quasi sollievo questo patetico torpore provocato dai tuoi infantili doloretti e dai tuoi sciocchi dispiacerucci. Ne godi. Dì la verità. Sì, perché in fondo tu pensi che stare bene sia da sfigati. Sì, stare bene non è abbastanza da dannato. Non sufficientemente maledetto da consentirti di mantenere viva quest’immagine postadolescenziale di te. Il ragazzo turbato… Ma fammi il piacere! E non fare per andartene. Aspetta! Fammi finire. Dai, onestamente. Pensaci bene. In fondo è umano. La merda è calda. Confortevole. Poi se si tratta della propria! Sei talmente abituato al suo odore. Perché venirne fuori, liberarsene e rimettersi in piedi pulito e profumato? Quando le gambe s’intorpidiscono a tal punto anche una passeggiata può sembrare la maratona di New York. E sia chiaro, non che io non ti capisca. Non sarei un essere umano dotato di ragione. Ma sono stufo di capire. Sono stufo di sentirti parlare. Di sentirti lamentare. Non sopporto proprio più di vedere quella tua stupida faccia pensierosa. A che cazzo pensi?! Eh, dimmelo! A chi lo vuoi far credere di avere chissà quale mistero nascosto dietro quel muso perplesso. Un pallottoliere per scimmie ammaestrare, ecco cosa ti impedisce di compiere la più comune delle reazioni. Sei impegnato a contare le palline. Stupide palline colorate! Nient’altro. E allora ecco, io te lo chiedo per favore. (Sì, lo so. Sei stanco. Ho finito abbi pazienza). Fammi solo questo benedetto favore! Non ti chiederò più nient’altro. Lo giuro. Ma ti prego, levati di torno. Sparisci. Non voglio avere più niente a che fare con te. Mi fai vomitare. Il solo pensiero di te mi fa venire i brividi. E non parlo metaforicamente. Tutto quello che dico corrisponde alla realtà. Parlo sul serio. L’unico desiderio che ho ora (te lo confesso e poi ti mando a dormire) è spaccarti la faccia. Sì, sì. Hai capito bene. Mi piacerebbe da morire farti uscire un bel po’ di sangue dal naso così da rovinare quel tuo bel profilo greco (che poi anche su quest’asserzione ci sarebbe un bel po’ da discutere). E te lo ripeto. Non sto esagerando. E’ la cosa che vorrei di più al mondo. Vederti rantolare a terra mentre sputi sangue e denti sul pavimento. Sì, io vorrei spaccarti la faccia! Ah, che liberazione esternare le proprie emozioni. Anche le più barbare e violente. Perché a volte ce n’è bisogno. C’è bisogno di liberarsi. Di dar sfogo alle pulsioni. Di lasciarsi un po’ andare. E allora ecco, giusto per concludere, io te lo voglio giurare su me stesso (che è l’unica cosa in cui credo) tanto per sancire la questione: a rischio di sembrare ripetitivo, io ti frantumerei la faccia in mille pezzi. Ancora e ancora. E puoi esser certo che se quello che ho davanti non fosse veramente uno specchio l’avrei già fatto da un pezzo. Sì, ce l’ho proprio con te, faccia di merda!

porco_dio

Vignetta di Tagliamani



Clack! Il giorno in cui sono diventato matto
May 29, 2009, 12:48 pm
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Ecco. Finalmente (o disgraziatamente, fate un po’ voi) è successo. Da oggi non ci sono più dubbi. Sono ufficialmente matto. E la colpa è solo vostra. E’ inutile che vi nascondete dietro un dito, dietro la vostra ipocrita dichiarazione d’innocenza. Siete voi i responsabili. Con i vostri sguardi indagatori, i giudizi quotidiani, i sorrisi sotto i baffi e quel malcelato atteggiamento di superiorità.
“Tiè, guarda quello. Guarda che faccia”.
E io a forza di subire le vostre vessazioni, ecco come sono finito. Lentamente, inesorabilmente, ufficialmente matto. E lo so bene che la vostra sordida curiosità brama di sapere com’è che si diventa matti da un giorno all’altro, ma su questo punto vi devo deludere. Mettetevelo bene in testa. Anche se lo so quello che vi immaginate nelle vostre testoline frementi di novità, non è così che avviene. Non è così che si diventa matti. Non ti svegli una mattina e paaammm! sei matto. No, non è così che succede. Si diventa matti lentamente. Ci vuole pazienza, tanta pazienza per far posto alla follia.
E magari la cosa vi gratificherà pure, ma devo dire che insieme abbiamo fatto un gran bel lavoro. Sì, proprio noi. Io più voi per la precisione. Io con la mia gran pazienza e voi con i vostri giudizi, la vostra morbosa curiosità, l’ipocrisia, la dabbenaggine, il qualunquismo, le formalità, il senso civico, quello morale… Bè, sì. Voi di doti in questo senso ne avete in abbondanza. Ne avete eccome. Poi io naturalmente ci ho messo del mio con la mia infinita, inestinguibile, ineguagliabile pazienza, ma devo ammetterlo, senza la vostra trafila di pregi e virtù non sarei arrivato da nessuna parte. Senza di voi, insomma, non sarei nessuno. E mai sarei riuscito in questo arduo compito.
E anche se, come vi dicevo, matto si diventa lentamente, c’è un momento in cui si percepisce chiaramente di aver varcato la soglia e che si non potrà mai più tornare indietro.
Si tratta di una linea per l’esattezza. Immaginate una linea gialla come quella che si trova sulla banchina delle stazioni ferroviarie.
“Non oltrepassare la linea gialla” trovate scritto in tutte le stazioni.
Ecco. Io vi ho avvertito. Poi fate come volete. Ma state attenti. Non oltrepassate la linea gialla. Perché una volta dall’altra parte tutto cambia forma.
Clack!
Sì, è proprio un clack! quello che sentirete nella vostra testa. Proprio nel cuore del cervello. E’ questo il segnale acustico che vi dirà che siete andati oltre, che il passaggio è avvenuto inequivocabilmente. Siete dall’altra parte. Niente sarà più come prima.
E’ da questo momento in poi che la gente avrà un atteggiamento diverso con voi. No, non sono paranoie. Non è delirio di persecuzione. Sta accadendo veramente. La gente vi guarda e bisbiglia, ride, tuttalpiù vi dà una pacca sulla spalla e a differenza di prima vi inizia a salutare, vi dà qualche monetina ogni tanto e quando capita una sigaretta. Siete diventati finalmente innocui. Ce l’avete fatta. Nessuno vi teme più e non dovete più temere nessuno. E’ così che funziona. Sono finiti i tempi dolorosi dei giudizi, delle ipocrisie e degli sguardi di sottecchi. Quando si diventa matti non c’è più nulla da temere. La pacchia inizia ora. Benvenuti. Questa è quella che gli esseri umani chiamano follia.



La torta
May 24, 2009, 11:51 am
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Ecco. Ridete. Ho la torta in faccia



110 decibel (inizia esattamente così…)
March 30, 2009, 4:56 pm
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Io sono un idiota. Sì, è proprio questa la mia peculiarità. Essendo un essere umano non vengo meno alla regola che vuole che ognuno di noi abbia una caratteristica che lo contraddistingue.
E allora ecco, io sono un idiota. Ma non un idiota qualunque. Io sono l’idiota per eccellenza.
E voi vi chiederete: “Ma perché proprio un idiota? E non magari un deficiente, uno stupido o più genericamente un imbecille?”. Semplice, perché se un uomo di 40 anni si comporta come un ragazzino di 14 non può che essere questo: un perfetto idiota.
E allora voi aggiungerete: “Vabbé, ma di casi del genere ne è pieno il mondo! Quanti ce ne saranno? Migliaia? Milioni?”.
Sicuramente tanti. Ma il mio essere idiota ha una particolarità che lo contraddistingue da tutto il resto. E’ studiato a tavolino. In ogni minimo particolare. E ogni gesto, ogni movimento, ogni parola, ogni pensiero sono attentamente calcolati affinché il mio essere idiota non risulti essere uno dei tanti, bensì la sublimazione dell’idiozia.
Io, il re degli idioti!
E allora ecco, mi ritrovo nel pieno centro di Parigi a chiedermi per quale motivo sia finito qui da solo. Sì, perché da soli si può anche stare bene, ma non se si finisce per rimanere appesi a Lei.
Sì, rimanere appesi a Lei.
Avete inteso bene. Un rumore di fondo che mi accompagna ovunque, una carezza a 110 decibel che mi scuote le membra.
Ecco, questo fa di me l’indiscusso re degli idioti.
Io sono qui per Lei.
Temo, anzi ne sono certo, che se la carezza a 110 decibel mi dovesse abbandonare mi sentirei perduto. Completamente smarrito.
E allora ecco la spiegazione. Essere qui è un po’ come essere con Lei. Sì, perché Parigi amplifica il rumore di fondo, e se il rumore di fondo si amplifica, io sto meglio.
Anche se a 40 anni una cosa del genere non te l’aspetti, uno si dovrebbe comportare da adulto, evitare giochetti da ragazzino innamorato. Ma non posso farci niente, è più forte di me. Essere a Parigi è un po’ come essere con Lei e io a Lei non so proprio resistere.

Bisogna ammetterlo. Questi francesi hanno veramente una bella lingua. Una lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale. Le parole in francese diventano più musicali, si accordano meglio fra di loro. Poi è vero che è difficile giudicare una lingua dal proprio interno, e quindi non saprei dire con esattezza come risulti l’italiano. Ma di una cosa sono sicuro: il francese è assolutamente insuperabile.
Ah, le lingue straniere! Accidenti a loro. Ogni volta è la stessa storia… L’impotenza. Sì, è proprio una sensazione d’impotenza quella che mi mettono addosso. Mi sento un incapace. Perché sono veramente troppe. Le lingue intendo. Non posso mica impararle tutte.
Ma concentriamoci sul francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, una lingua da inserire assolutamente nella lista delle cose da imparare. Ce lo dovrebbero insegnare sin da bambini. E’ chiaro, insieme a qualche altra lingua. Poi chi vuole approfondire, approfondisce.
Perché uno si può anche stancare di imparare lingue nuove, ma il francese no. Il francese non può venire a noia. Soprattutto se a parlarlo è una donna. Sì, è proprio in quel caso che acquisisce tutta la sua valenza espressiva. E’ proprio allora che diventa una lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale.
Ecco cosa vorrei. Una donna che mi parlasse in francese durante il sesso. Sì, il sesso in francese. Dovrebbe essere un’esperienza grandiosa.
Più ci penso e più ne sono convinto. Finché sarò appeso al pensiero di Lei, con il rumore di fondo, una carezza a 110 decibel che mi scuote le membra, il francese avrà un altro valore intrinseco. Diventerà un super-francese. Un francese a 110 decibel di potenza. Un francese imbattibile!
“D’accord. A plus” risponde lei.
E io ecco che rischio di svenire.
Ma solo ora la mia mente collega lucidamente questa sensazione all’idea di fare sesso in francese. Adoro il francese. Il sesso in francese. Prima o poi dovrò provarlo.

Bisogna dire le cose come stanno. Se quarantacinque anni fa erano solo in quattro. Ora l’esigua schiera dei privilegiati ha aperto le porte a un quinto fortunato. E quel quinto sono proprio io.
Sì, insieme ad Abelardo, a Enrico Molinari di New York, al testone e alla mezzala sudamericana Cherubillo ci sono anch’io.
Anch’io con lo stesso ambito privilegio.
Anzi lo definirei il privilegio. Perché se è vero che scarnificata la civiltà moderna, spogliata delle sue inutili sovrastrutture, ridotta all’osso insomma, senza tutta quella calcina che la sommerge, rimane solo una cosa, quella cosa diventa la cosa. E non vi sto neanche a spiegare perché un privilegio nell’ambito de la cosa diventa il privilegio. Mi sembra un insulto alla vostra intelligenza.
E per i lenti di comprendonio preciso che sto parlando di sesso.
Anzi più precisamente del coito, come atto che non simboleggia un niente di niente se non l’atto stesso di compierlo.
Ma dicevamo del privilegio. Un privilegio per il quale le donne più smaliziate si strapperebbero i capelli, magari in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale per cui anche strapparsi i capelli diventa un fatto da non archiviare come banale. Un privilegio troppo spesso ridimensionato. E il motivo è chiaro, lampante. Rappresenta un pericolo sociale difficile da fronteggiare se si ammette – e bisogna ammetterlo! – che il sesso non è affatto il fine ultimo. Bensì il mezzo. Un mezzo che risponde tale e quale alla necessità per cui è nato. Ovvero essere mezzo. Nient’altro. Così come la vita non è altro che il cammino che si percorre, passo dopo passo, il sesso è questo.
Sesso. Punto e basta!
E voi vi renderete conto che di fronte a un’affermazione del genere è difficile rimanere impassibili. Si sgretola la società dalle fondamenta. Tutto si riduce a pochi fattori essenziali. E fra questi è evidente che il piacere ricopre un ruolo fondamentale.
Archetipo.
Essenziale.
E chi come me, il testone, Abelardo, Enrico Molinari di New York e Cherubillo possiede un tale privilegio parte sicuramente avvantaggiato.
E non so loro, ma io al mio privilegio mi ci aggrappo forte, non voglio mica farmi fregare da generici e immotivati ridimensionamenti – che poi va a capire da quali arcani intenti nascono! Ho un privilegio e me lo tengo stretto. Lo afferro come fosse l’unica scialuppa di salvataggio di una nave in procinto di affondare. Perché tutto quello che ho intorno sembra affondare rapidamente in un vortice di omologazione oceanica. Un vortice fatto di gente che rincorre dalla mattina alla sera senza sapere esattamente cosa stia rincorrendo.
Il paese del rincorri corri.
Un paese che non accetta privilegi e che, nel momento in cui compaiono, cerca di estirparli in ogni modo. E perdipiù con violenza, concentrandosi innanzitutto su chi il privilegio non ce l’ha. La strategia è questa: farti sentire un esserino piccolo piccolo piccolo.
Perché poi l’obiettivo è di gettare tutti nel calderone dell’omologazione, nella speranza – speranza vana! – che anche chi possiede un privilegio decida di farne a meno sacrificandolo di fronte all’altare del rincorri corri.
Bé, in questo insensato movimento generale sento di avere un diritto di precedenza. Ho il privilegio io! Mica chiacchiere. Perciò fatemi largo. Sto arrivando.



Jokkmokk (una storia per bambini)
February 25, 2009, 4:28 pm
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Jokkmokk era un paese di poco più di cinquemila abitanti e la casa della famiglia Tano si trovava appena fuori dall’abitato, un quarto d’ora a piedi se le strade non erano ghiacciate a causa della neve.
A Jokkmokk, come in tutti i paesi del nord della Svezia, per un paio di mesi l’anno il sole non sorgeva mai, a parte una tiepida alba nella tarda mattinata, durante la quale i raggi del sole facevano capolino dietro la cima delle montagne. In quei giorni la temperatura poteva scendere fino a trenta gradi sotto zero e la povera Isis, privata anche del tiepido sole invernale, temeva quel periodo più di ogni altra cosa al mondo.
La mattina papà Sampo l’accompagnava a scuola che era ancora notte, e quando la tornava a riprendere era di nuovo buio. E sarà perché papà Sampo aveva la tempra dura dei Lapponi, che non temono di certo il freddo, sta di fatto che non gli riusciva proprio di arrivare in orario. E perlomeno di capire perché avrebbe dovuto farlo.
Imbacuccata dalla testa ai piedi Isis aspettava papà Sampo fuori dalla scuola elementare, con solamente gli occhi scoperti per controllare che arrivasse. Se andava bene erano dieci minuti, altrimenti l’attesa si poteva prolungare fino a mezzora. Mezzora che per Isis diventava un vero e proprio incubo, barricata nel suo piumino invernale, coperta con sciarpa, guanti e cappello. E sotto questa spessa coltre gli occhi azzurri di Isis erano come fari nella notte alla ricerca di papà Sampo.
Cosa era successo quel giorno?
Probabilmente una renna aveva fatto le bizze e aveva costretto papà Sampo ad attardarsi nell’allevamento. E quindi eccolo di nuovo in ritardo. Questo pensava Isis ogni giorno, perché era questo che ogni giorno succedeva.
“Arriverà. Arriverà…” le disse Peter mentre chiudeva alle sue spalle il cancello d’ingresso. “Vedrai che prima o poi arriverà”.
Peter era il bidello della scuola, un lappone di media statura, con gli occhi leggermente a mandorla e le braccia estremamente robuste. Chiudeva la scuola dopo che tutti, insegnanti e alunni, avevano lasciato l’edificio. E come ogni santo giorno la povera Isis era l’ultima rimasta.
Peter era un brav’uomo e vedendo la piccolina intirizzita dal freddo, si inteneriva e rimaneva a farle compagnia. Le parlava sperando che non pensasse al freddo.
E ne aveva di cose da raccontare! Da giovane, prima di diventare il bidello della scuola elementare di Jokkmokk, aveva fatto molti altri lavori. Era uno che si sapeva adattare e col tempo era diventato una specie di tuttofare. Qualunque problema ci fosse all’interno della scuola Peter era in grado di risolverlo. Se si rompeva un banco lui lo riparava, se c’era da appendere qualcosa lui lo appendeva, se c’era da potare le piante lui le potava, se c’era da pulire i pavimenti lui li puliva e se c’era da sturare un gabinetto lui lo sturava. Ma non solo, Peter era anche uno che aveva viaggiato molto perché da giovane aveva tentato la fortuna altrove. Era stato in Danimarca, in Germania e addirittura in Italia. Non si accontentava, allora, della fredda vita di Jokkmokk.
“Pensa a qualcosa di caldo” le disse Peter.
“Ci sto provando…” rispose Isis con la voce un po’ sofferente.
“Lo sai che esistono dei posti nel sud dell’Italia dove la gente non porta quasi mai il cappotto e non sa cosa siano sciarpe, guanti e cappelli? Pensa di essere lì” le propose il bidello.
“E tu cosa ne sai di questi posti?” rispose incuriosita Isis.
“Bè, ci sono stato” ribatté Peter.
“Davvero?” esclamò la piccolina.
“Davvero” le confermò Peter.
“Niente cappotti?” insistette Isis.
“Niente cappotti” ripeté l’uomo.
“Accidenti!” esclamò Isis. “Deve trattarsi di posti bellissimi!”.
“Già, pensa che in Sicilia, dove io ho vissuto per circa due anni, la temperatura scende difficilmente sotto i 5 gradi e la gente gira con cappotti leggeri che non allaccia quasi mai” sopraggiunse Peter.
“Uau! Niente neve quindi?” continuò Isis.
“Niente neve” le confermò il bidello.
“Devo andarci assolutamente” disse la piccolina. “Sì, devo trovare il modo di andarci”.
“Credo che tu sia ancora un po’ piccola per pensare di arrivare fino in Italia da sola” rispose ridendo Peter. “Comunque abbi pazienza. Tra poco tuo padre sarà qui. Per l’Italia c’è sempre tempo”. La salutò e si avviò verso casa. Si era fatto tardi e lo aspettavano per pranzo.
Intanto Isis era caduta in una specie di sonno a occhi aperti in cui si immaginava in Italia con un cappotto di cotone aperto davanti che passeggiava per le vie di Palermo. Stava bene, non sentiva freddo ed era felice. Veramente felice. Anche più felice di quando sognava di riuscire a costruire il superpiumino.
Il superpiumino era un’idea che aveva studiato Isis durante i lunghi periodi di attesa fuori dalla scuola elementare. Si trattava di un piumino speciale, dotato di un sistema idraulico di riscaldamento, che le avrebbe impedito di sentire freddo anche alle temperature più basse. Piccoli tubi di gomma all’interno dei quali scorreva un liquido bollente e che le trasmettevano calore per tutto il corpo.
“Isis, tesoro! Sali in macchina! Corri che è freddo!” Era papà Sampo.
“Ciao papà” disse Isis.
“Scusa amore, ma le renne oggi non si decidevano proprio a rientrare nel recinto” si giustificò il padre.
“Lo so, lo so. Non ti preoccupare” gli rispose la piccola Isis, che oltre a essere bellissima, aveva anche un animo dolce e pieno di buoni sentimenti per tutti. Figuriamoci per papà Sampo!
“A cosa pensavi tesoro? Non mi hai neanche visto quando sono arrivato…” le chiese il padre.
“Un sogno a occhi aperti” rispose Isis “Non ti preoccupare papà. Non è niente”.



Diario di un vola vola! mancato
January 11, 2009, 6:31 pm
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“Guarda che è divertente fare vola vola!“… giusto, ha ragione la mamma. Cazzo, poi da bambini è così facile… ti prendono in mezzo ti tirano su per le braccia e via! Vola vola vola!… e volavi veramente, mica per scherzo! Solo che alla mia età trovare qualcuno che ti prende e ti fa fare vola vola! non è mica semplice… Finisce che vola vola! ti tocca farlo da solo, ma poi non è la stessa cosa… il vero vola vola! si fa con gli altri. E il problema è che alla mia età convincersi ogni volta che sarà bello fare vola vola! non è per niente facile. Perché crescendo uno si mette in testa una marea di stronzate e magari si arriva a addirittura a pensare che “quella è roba per bambini”, “noi siamo adulti”, “certe cose non si possono mica fare”. E invece fai vola vola! una volta e ti rendi conto di quanto sei stronzo e di quanto sono stronzi gli adulti che vola vola! non lo vogliono più fare perché a te fare vola vola! ti manca, ma prima di allora non te ne eri reso conto. E allora passi davanti all’Associazione Culturale Centro del Tango Argentino “Astor Piazzola” e ti ricordi che avevi sentito dire che i finlandesi sono il secondo popolo al mondo più appassionato di tango e pensi che anche se sta cosa del tango non c’entra un cazzo, tu un po’ i finlandesi li invidi, perché sono così nordici, così tristi, così compassati eppure si lasciano andare al tango argentino. Che è una specie di vola vola! per grandi in cui nessuno di afferra e ti fa volare, ma comunque una bella cosa da provare.
E allora penso che invece di riempire i giornali di dichiarazioni inutili i politici dovrebbero prometterci e garantirci una cosa solamente… un vola vola! gratuito al giorno per tutti! Perché sì, credo che la gente si sentirebbe meglio se facesse vola vola! almeno una volta al giorno.
E’ tutta una questione di controllo. Nel vola vola! non ci dev’essere controllo da parte di chi vola. E quindi è necessario abbandonare questo maledetta abitudine che ci impogono da adulti e metterci completamente nelle mani di qualcuno che ci fa volare, che ci fa staccare da terra almeno un metro con le ginocchia che ci toccano il naso…
bè, ripenso al vola vola! di ieri sera… è un po’ come se qualcuno cerca di farti volare e tu ti ostini a lottare contro la forza di gravità puntando con ostinazione i piedi per terra… e allora mi riviene in mente che Marco mi diceva che a lui fa tanto ridere quando mi accanisco con qualcuno definendolo un imbecille! marcando con decisione la lettera b… e allora fatti quattro risate Mà… hai ragione tu, quella storia doveva iniziare così… Io sono un imbecille. E sarebbe stato un vero capolavoro. Già, perché una storia che inizia così se non altro ti fa ridere. Anche se poi un imbecille io lo sono veramente e sta cosa non fa per niente ridere… No, perché io sono un imbecille che si rifiuta di fare vola vola! e credo non ci sia nient’altro da aggiungere. Se non che io voglio fare veramente vola vola!… è la cosa che desidero di più al mondo. Ma per ora proprio non mi riesce.



E’ finito tutto nel cesso
January 10, 2009, 1:29 pm
Filed under: E' finito tutto nel cesso

[...all'inizio si doveva chiamare Gli alberi non si muovono, poi Autoritratto con finestra, addirittura qualcuno propose Vattene a letto!, ma alla fine è diventato unicamente e inequivocabilmente E' finito tutto nel cesso...]

Ecco. E’ in situazioni del genere che bisognerebbe fare qualcosa di concreto. Prendere una decisione importante. Cercare un lavoro, ad esempio.
Ma spesso quando non si è convinti di volere qualcosa, quel qualcosa ci accontenta. E non arriva.
In situazioni del genere la prima cosa da fare è scartare in base a dei criteri.
Dottorati. Master. E corsi di specializzazione. Tante per citarne alcuni.
Non volevo avere più niente a che fare con l’università.
Avevo comprato Lavorare. Ma il nome era fuorviante. Sarebbe stato più corretto chiamarlo La grande tragedia o qualcosa di simile.
Volevo rendermi conto cosa offrisse il cosiddetto mercato del lavoro. Una parola che insieme a successo e carriera sognavo la notte sotto forma di cane a tre teste. Il Cerbero dei tempi moderni.
Master a prezzi inavvicinabili.
Concorsi pubblici per kamikaze.
Segretarie
Colf.
Agenti immobiliari.
Esperti nel settore del telemarketing.
Laureati in Ingegneria. In Economia e Commercio.
E infine una serie di nomi incomprensibili vicino alle parole hardware e software.
Tutto qua. O mi mancava l’interesse o la qualifica richiesta.
“Forza venditori! Fatevi avanti!”.
Mi ripetevo che dal primo momento in cui a un uomo era venuto in mente di vendere qualcosa a qualcuno erano iniziati i problemi. Poi mi chiedevo: ma se tutto quello che veniva venduto era veramente necessario, che bisogno c’era di venditori? E perché accanto a essi veniva accostato l’aggettivo abile?
L’unica cosa di cui ero sicuro: non ero in grado di convincere neanche me stesso. Avrei fatto la stessa fine di Henry Miller che vendeva enciclopedie. Avrei dissuaso i miei stessi acquirenti.
E in quel periodo cominciai a pensare di essere o veramente diverso o veramente idiota. Non che in precedenza mi fossi caricato di aspettative, ma l’attesa comporta speranza. Mentre da quando mi ero laureato non c’era più niente da sperare.
Non ero disperato. Vivevo tutto questo con estrema tranquillità. Ma la questione era semplice. Il lavoro che faceva per me non esisteva. Anzi, più correttamente quello che stavo cercando non era un lavoro. E di questo stavo tentando di farmene una ragione.
Nell’attesa mi impollinavo con Blu e la cosa mi dava grandi soddisfazioni.
Pizza express.
Ristoranti.
Speedy boys.
Pub.
Volantinaggio.
Pulizie domestiche.
Non durava molto. L’incubo si riaffacciava immediatamente. Sembrava ci fosse bisogno solo di adepti per nuove forme di schiavismo e di neoapostoli votati alla vendita e al proselitismo commerciale.
Ed era proprio a questo punto del ragionamento che emergeva desolante il padre di ogni dubbio.
Ma io, cosa volevo veramente?
La mia massima aspirazione era passare le giornate in modo soddisfacente. Ma per fare questo bisognava darsi da fare.
Una bella contraddizione! Di vita a disposizione avevo solo questa. E se l’avessi sprecata per fare altro chi me l’avrebbe resa indietro?
E anche se avessi voluto non riuscivo comunque a capire a chi bisognava chiedere per sprecarla come si deve.
Suonare campanelli casa per casa?
Mettere un annuncio sul giornale?
No. Mi sarei legato nudo a un palo nel bel mezzo di Campo dei Fiori. E avrei minacciato di darmi fuoco accanto alla statua di Giordano Bruno.
E allora sì che mi avrebbero procurato un lavoro. Cazzo!

Ero stato in un’agenzia interinale. Avevo presentato il mio curriculum ben compilato.
“Bé, di solito noi non trattiamo lauree umanistiche”.
Ma cosa sono? Un tonno! Uno sgombro! O cos’altro!
La segretaria parlava con un tono di voce insopportabile. Il mio caso era alla mercé di tutto l’ufficio.
“Vedo che lei ha molta esperienza nel campo della ristorazione. Esclude a priori di considerare offerte del genere?”.
“Cosa le piacerebbe fare?” aggiunse.
Mi guardava con gli occhi spalancati privi di una minima luce che denotasse intelligenza.
“Ho letto annunci per i call center” dissi un po’ incerto.
“Per i call center cercano persone che abbiano esperienza”. Gli stessi occhi spalancati.
Esperienza per rispondere al telefono? Sono ventinove anni che lo faccio…
“Potrebbe rivolgersi al centro dei call center per Roma che si trova in Via Barberini”.
E’ in quei momenti che pensavo seriamente quanto sarebbe stato meglio se avessi avuto dei genitori che mi avessero costretto a studiare Economia. O magari Ingegneria.
Invece no. I miei non ci pensavano neanche. E ora ecco il risultato. Maledetti genitori di larghe vedute! Lettere. Dannate Lettere!
Si era alzata porgendomi una sedia. Mi invitava a compilare un foglio che velocemente passò dalla sua alla mia mano. Di nuovo nome, cognome, titolo di studio, conoscenza delle lingue straniere, esperienze acquisite.
E pensare che terminata l’università mi ero persino illuso che fosse finita l’insopportabile trafila burocratica delle segreterie. Magari! Le rogne iniziavano solo ora.
E poi l’apparenza. Una formalità, è vero. Ma a quanto pare bisognava imparare a conviverci.
Pensare che mi sentivo così bello. Così fiero di me. Almeno da questo punto di vista una soddisfazione ai miei genitori gliel’avevo data. Se solo qualcuno me lo avesse riconosciuto.
Con il tono di voce squillante e lo sguardo assente la segretaria mi stava spiegando cosa dovevo scrivere. Come se fossi un alunno e lei la mia maestra. Dall’alto della sua posizione eretta mi faceva domande a raffica.
“Sa usare il computer?”.
“Sì”.
“Excel?”.
“Mai usato”.
“Mmm…”. Si fece pensierosa.
“Lingue straniere?”.
“Inglese e un po’ di spagnolo”.
“Ah, bene! Molto bene”.
E invece no! Proprio no! Non potevo certo contare su un misero “inglese e un po’ di spagnolo”.
“Inglese ottimo e spagnolo a livello scolastico”. Così si guadagnano punti nel mercato del lavoro. Come potevo pensare di farmi strada con un’esposizione tanto indegna.
Compilai di corsa il modulo e accettai il contratto a fondo pagina che parlava di tutela della privacy. Consegnai il foglio alla maestra.
“Bene. Vedo che lei conosce la lingua inglese”. Lo disse come per darmi una speranza. Poi evidenziò la parola inglese con un cerchio rosso.
“Ed è anche automunito. Bene”. Ripeté lo stesso gesto.
“Questo cambia le cose”. Fu evidentemente falsa in quest’affermazione. Era una persona abituata a mentire. Ma non era poi così brava.
“Capisco che ho poca esperienza e che la mia laurea non mi dota di particolari specializzazioni, ma comunque ho pensato…”. Mi stavo evidentemente scusando di esistere.
“Guardi…”. Mi interruppe tenendo in mano il foglio che avevo compilato. Era chiaro che non mi aveva neanche ascoltato.
“Terremo il suo nome e i suoi dati in archivio per tre mesi. Poi si vedrà”.
“Già che conosce l’inglese…” continuò a calcare sul cerchio rosso.
“Poi ha l’automobile… Ah, vedo che ha anche il libretto sanitario!”. Lo disse con il tono di chi aveva appena fatto una scoperta entusiasmante.
“Bé, certo. Avendo lavorato nell’ambito della ristorazione…” si ridimensionò.
Mi alzai in piedi e le strinsi la mano. Me ne andai accostando la porta a vetri che divideva l’agenzia dal marciapiede di Via Lucrino. Cercai di far passare inosservata la mia uscita. Mi avviai lentamente verso Piazza Acilia schivando gli escrementi dei cani. Il loro odore si confondeva con quello delle foglie calpestate. Era terribile.



Oggi rido
December 19, 2008, 7:16 pm
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Sì, già lo so. Vi starete chiedendo: ma cosa hai da ridere? Semplice, questa cosa della mia individualità senza impermeabile che spicca tra gli impermeabili.



Solo in testa
November 30, 2008, 6:55 pm
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“E’ solo in testa! Ormai il gruppo è lontano! 100 metri al traguardo! Si volta per l’ultima volta! Si aggiusta la maglietta sul petto! Fa un respiro profondo! Alza le braccia in segno di vittoria e taglia il traguardo solitario!”.

Ecco. E’ così che me la immagino la mia gara più importante. Tutti tesi verso il mio inseguimento, ma io solo in testa che batto tutti. Sono primo! Sono il campione! Non ce n’è per nessuno. E cazzo se ho bisogno di riconfermarmi campione dopo tante sconfitte! Perché ad arrivare secondi non ci si abitua mai. Anche se si è secondi di fronte a miliardi di altri, si rimane secondi. Si osserva con rabbia la schiena del primo. Punto e basta.

E io, a dirla tutta, mi sono veramente rotto i coglioni dell’inseguimento. Che c’entra, è comodo inseguire. E’ un buon allenamento. Si hanno dei punti di riferimento. Si sfrutta la scia. Ma non si capisce se quello è il proprio passo o quello di cui ci si accontenta. E poi allenarsi a inseguire può anche essere divertente e gratificante, ma a un certo punto viene voglia di prendere la testa e dettare il proprio ritmo.

E io ve lo dico chiaro e tondo. Proprio di questo sono stanco. Non voglio più inseguire!

E’ ora di imporre il mio passo. Sono stufo di fissare la schiena di quelli davanti. Voglio il cielo come punto di riferimento. E voglio gli altri, uno a uno, dietro di me che prendono confidenza con le mie spalle. Non ce n’è per nessuno.
Da oggi la manfrina cambia. Ficcatevelo bene in testa. Sono io e nessun altro.
Me la continuo a ripassare in testa la scena. Ed è come se la vedessi. Sono solo in testa, alzo le braccia, mi volto per l’ultima volta, faccio un respiro profondo, distendo i muscoli, taglio il traguardo solitario e lancio il mio grido di vittoria. “Sììììììì!”



110 decibel (prove di registrazione parte prima)
October 28, 2008, 1:22 pm
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Sono troppo curioso di vedere queste bottiglie di birra sparate a 500 chilometri orari con un fucile ad azoto per pensare ad altro.
Dico io, ma non aveva proprio nient’altro da fare questo Arcangelo Sassolino?
Personalmente diffido degli ingegneri, poi un ingegnere che si mette in testa di fare l’artista proprio lo devo capire.
Baaaaaaam! Sparata la prima bottiglia. Questa ragazza accanto a me per poco non ci rimane secca. E poi il grido è internazionale. Ah! è ah! in francese, in italiano, in tedesco, in inglese. Sì, anche in inglese, non c’è modo di semplificarlo ulteriormente. E anche in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, ah! esce come un ah! Quindi non sono in grado di capire se quell’ah! è francese, italiano, tedesco o inglese. E’ un semplice ah!
Se l’è proprio fatta sotto la ragazza dicevo, e io che ero lì, comodo, accovacciato per terra in attesa del botto, questo ah! proprio non me l’aspettavo. Sì, perché non era un ah! qualunque, era un ah! a 110 decibel di paura, e allora penso che Arcangelo Sassolino ha capito proprio tutto, l’ingegnere artista, e che lui in realtà non voleva colpire quelli come me, che stanno lì, seduti, tranquilli ad aspettare il botto, ma quelli come la ragazza, che poi non so se è francese, italiana, tedesca o inglese, perché un ah! è un ah! in tutte le lingue del mondo. Già, quelli come Lei che passano lì e gridano se c’è da gridare, si grattano la testa se c’è da grattare e si chiedono che sarà mai questo fucile che carica bottiglie verdi di vetro completamente vuote.
Sì, con loro funziona e allora capisco anche il titolo dell’installazione.
Afasia 1.
Ma mi perdonerà, Arcangelo Sassolino, se io la sua installazione l’avrei chiamata Ah!, internazionale e comprensibile per tutti.
Già, perché un ah! è un ah! in tutte le lingue del mondo, in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, ma anche in italiano, in tedesco e in inglese. Perché neanche in inglese è possibile accorciarlo. Un ah! rimane un ah!
Dicevo, è con loro che funziona, con quelli come la ragazza, che non sanno niente di Afasia 1 di Arcangelo Sassolino, ma non con quelli come me che si fermano a leggere le didascalie e sanno già quello che succederà.
Allora mi chiedo, visto che funziona così, se non sarebbe meglio evitare le didascalie. Uno entra, vede questo grande fucile chiuso in una gabbia, carico di bottiglie di vetro vuote e si chiede: “Che sarà mai questa grande stronzata?”.
Già, perché quando si tratta di arte contemporanea bisogna andarci coi piedi di piombo, diciamo che nove su dieci si tratterà certamente di una stronzata clamorosa, ma nel caso di Arcangelo Sassolino posso dire che abbiamo a che fare con un’eccezione. Un’eccezione che conferma la regola.
Già, proprio Afasia 1 di Arcangelo Sassolino, che avrei chiamato più correttamente Ah!, anche se forse sarebbe stato meglio se io non avessi saputo cosa sarebbe successo, perché è così che funziona, tu non sai che il fucile spara, e allora tiri fuori un ah! tutto di paura, anche se poi mi chiedo se mi sarei mai fermato. Già, se non avessi saputo cosa sarebbe successo, intendo dire. Perché allora dovevo essere fortunato come la ragazza che ha gridato ah!.
Baaaaaam! Siamo già al secondo colpo, ma non c’è niente da fare, ormai lo so che sparerà, e non mi spavento di certo, con quella paura spontanea che ha tirato fuori un ah! a quella ragazza che non sapeva niente, ma poi penso che forse, io, un ah! del genere non l’avrei mai tirato fuori anche se non avessi saputo niente. E’ una questione di carattere. Non mi riesce proprio di esternare le emozioni a me. E il mio ah! si spegne comunque nello sterno.
Sì, proprio all’altezza dello sterno.
E allora forse è quello il senso di Afasia 1, magari Arcangelo Sassolino è uno come me, che non riesce a esternare le emozioni, neanche lui, e anche il suo ah! si spegne sistematicamente all’altezza dello sterno. Sì, perché anche lui, in fondo, proprio come me, sapeva quello che sarebbe successo, lui che è un ingegnere artista, e che quel fucile l’ha ideato.
Rimane il fatto che io Afasia 1 l’avrei chiamato Ah! perché anche se non riesci a esternare le emozioni come me e Arcangelo Sassolino, quell’ah! esiste e anche se si ferma a livello dello sterno rimane un ah!, un ah! che è un ah! in tutte le lingue del mondo. Sì, anche in inglese, che non si può mica tradurre un ah!
E allora rimangono a terra i cocci delle bottiglie di vetro fracassate, perché Arcangelo Sassolino lo sapeva che il cumulo si sarebbe formato e che magari quotidianamente qualcuno avrebbe dovuto pulire. Già, perché a forza di sparare bottiglie contro il muro il cumulo diventa gigantesco e si rischia che non ci sia più spazio. D’altronde Arcangelo Sassolino è un ingegnere, un ingegnere artista, e lui queste cose le sa di certo.
Anche se io, ad Arcangelo Sassolino, una cosa gliela voglio proprio dire – oltre al fatto di togliere le didascalie perché se uno non sa è meglio – gli voglio dire che a me sono due le cose che piacciono di Afasia 1, che sarebbe poi meglio si chiamasse ah!, e cioè il fatto che ogni giorno c’è qualcuno che raccoglie i cocci delle bottiglie fracassate e permette al fucile di continuare a sparare contro il muro. E poi il caricamento delle bottiglie. Questo sì che è veramente bello!
Quel rumore di aria compressa che tira indietro il caricatore, la bottiglia che cade dentro con quel rumore – bé, sì, di vetro, di che altro sennò – e infine il caricatore che nuovamente con un rumore di aria compressa prepara il fucile per il colpo in attesa dell’ah! Che sia poi un ah! vero o un ah! che si ferma all’altezza dello sterno, questo non ha importanza.
L’attesa, l’attesa dell’ah!
Questa sì che è una bella cosa, Arcangelo Sassolino!
Baaaaam! Siamo al terzo colpo. Non ho calcolato quanto passa tra un colpo e l’altro, ma ci vuole un bel po’ tra un ah! e un suo simile, che poi è un ah! in tutte le lingue del mondo, anche in francese, quella lingua meravigliosa, dolce, romantica e sensuale, ma anche in italiano, in tedesco e in inglese. Già, perché anche in inglese un ah! è un ah!, non si può mica tradurre! Né tantomeno accorciare. In alcun modo.
E comunque io sono qui che aspetto. Sì, aspetto il prossimo colpo. Non ho alcuna fretta, caro Arcangelo Sassolino.

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